www.alfonsotoscano.it

la musica degli ignoranti

 

Calendario | Corsi, seminari e stage | Libri, cd, demo | archivio audiovideo | la chitarra battente | mostra | annunci | la chiazza  | proposte artistiche  | artigiani & hobbisti  | i portatori della tradizione  |  eventi trascorsi | le feste da non perdere | articoli | Cilento | nonSoloMusica | home | in costruzione

 

 

Articoli

   Società Italiana Tamburi a Cornice- Una Tradizione Che Unisce il Mondo di Gian Michele Montanaro

  il sangiullo di Geremia Paraggio

  intervista ad Alfonso Toscano per il mensile INScena

  Ciucchelarill' (castagnette), idiofoni abruzzesi di Carlo Lo Cascio

  Documentario RUTINO: PAESE DEGLI ANGELI

  Pasqua in Cilento con Etnomalìa di Gianluca Zammarelli

  Balvano, 3 marzo 1944   di Salvatore Argenziano

  le confraternite del cilento tra tradizione e innovazione, di Giuseppe Apolito

  lo zufolo magico    di Carlo Muccio

  comunicare con l'arte    di Antonio Tateo

  ‘o pullecenella dint' 'o cuppetiello di Carlo Muccio

 

© tutti i diritti riservati - non è consentito l'utilizzo anche parziale senza l'autorizzazione dell'autore

 

 

 
 

SOCIETA’ ITALIANA TAMBURI A CORNICE- Una Tradizione Che Unisce il Mondo

 

“Società Italiana Tamburi a Cornice” la prima Associazione di Promozione Sociale che crea una rete integrata nazionale intorno allo strumento più antico d’Italia.

La reale necessità di un’associazione specifica che nel dettaglio si interessi di tamburi a cornice, in Italia non c’è. Effettivamente non c’è, tenendo gli occhi chiusi ed evitando di sentire suoni e voci di una terra che si riappropria della propria cultura popolare, della propria cultura tradizionale.

Se non mi guardo attorno e se non ascolto la musica, le voci e soprattutto la necessità di tornare a rendere mio un linguaggio altro che è quello universale dei suoni, per anni violentato da mediatiche proposte di esoticismi di bassa qualità, evito di entrare in contatto con i 2.500 anni di storia che tra contaminazioni e tradizioni  sono rappresentati in ogni dove, dalla Galleria degli Uffizi al salotto di casa dei comuni cittadini, dalle orchestrazioni di Rossini, alla zampogna del pastore.

Questa è una grande ricchezza, una ricchezza incommensurabile, pari al Colosseo che il romano non visita mai perché è abituato a vederlo in quanto è lì, tutto sommato è suo da quando è nato.

Questa ricchezza riconosciuta come patrimonio UNESCO è la tradizione del tamburo a cornice in Italia.

Il tamburo a cornice italiano nell’arco della sua storia ha conosciuto la buona e la cattiva sorte, passando dall’assoluto riconoscimento sociale al totale disinteresse collettivo, è fortunatamente sopravvissuta fino ai giorni nostri con tutta la sua forza e le sue differenze. Sono proprio queste ultime che rendono il tamburello in Italia uno strumento di straordinario interesse e che fanno sì che tale area d’indagine sia, ancora per gran parte inesplorata dal grande pubblico. Il tamburello è di gran lunga il membranofono più diffuso ed importante della tradizione italiana, esso è oggi ancora costruito e utilizzato secondo le norme tradizionali in tutta l’Italia centrale e meridionale. Ad una così vasta diffusione  corrisponde un’altrettanto vasta varietà di tecniche e diteggiature con cui viene suonato, addirittura suonatori delle stesse comunità applicano tecniche di esecuzione differenti tra loro. Questa grande diffusione ovviamente non  è cristallizzata in dei confini ma come tutta la tradizione è soggetta al dinamismo del costante scambio tra le differenti culture e così, tutt’oggi, dove fino a qualche anno fa l’uso del tamburello era completamente estinto, esso tende a ritornare con forza. Se allargando lo sguardo non si osserva solo tale realtà si riesce a percepire che quello che troviamo in Italia, con livelli e con valenze differenti, lo troviamo in tutto il mondo e senza dover attingere informazioni a studi dettagliati e specifici, si denota subito un magnifico panorama racchiuso nella grande famiglia dei tamburi a cornice a cui si legano le più diverse etnie e culture e a cui si legano le più disparate tradizioni sia religiose che pagane.

È partendo da tali presupposti che a Roma nell’Aprile del 2009 è nata l’Associazione di Promozione Sociale “SOCIETA’ ITALIANA TAMBURI A CORNICE” che senza fini di lucro opera per fini di solidarietà sociale rivolgendo particolare attenzione a tutte le attività tradizionali ed in particolare a quelle legate al mondo dei tamburi a cornice ed ha per scopo l'attuazione di iniziative socio educative e culturali. Lo spirito e la prassi dell'associazione trovano origine nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana che hanno ispirato l'associazione stessa e si fondano sul pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona.

Essa è composta da percussionisti, musicisti, docenti, compositori, costruttori, organizzatori di eventi e soprattutto semplici appassionati uniti dal comune amore per i tamburi a cornice e le tradizioni attinenti.
Ha lo scopo di organizzare e promuovere:

- La conoscenza dell’arte di suonare i tamburi a cornice della tradizione italiana (tamburello/tammorra) ed i Tamburi a Cornice provenienti da ogni parte del mondo.
- L’incontro fra membri dell’associazione allo scopo di scambiare esperienze e conoscenze professionali.
- Lo studio della Tradizione dei tamburi a cornice in generale.
- Una rete attiva territoriale integrata costituita da sedi e referenti locali, provinciali, e regionali.
- Un censimento di tutti i musicisti specialisti dei tamburi a cornice, del presente e del passato, sul territorio nazionale.
- Un archivio pubblico di materiale audio visivo avente come scopo la salvaguardia delle tecniche, delle ritmiche tradizionali e dell’organologia di costruzione.
- Meetings, conferenze, mostre, concerti, in Italia e all'estero, di musicisti, appassionati, costruttori e gruppi specializzati nel settore dei tamburi a cornice.

Istituisce un sito web e relativa pagina myspace e diffonde, a mezzo bollettino informativo a tutti i membri dell’associazione, articoli di percussionisti professionisti, cronache di eventi passati e futuri e soprattutto si propone di dare spazio a tutti coloro i quali vogliano contribuire all’effettiva crescita e diffusione della cultura dei Tamburi a Cornice in Italia.

                                                                                                                               Gian Michele Montanaro

INFO se vuoi saperne di più: soc.ita.tamburiacornice@gmail.com
http://www.myspace.com/tamburiacornice
http://www.tamburiacornice.it/

 

 

 

 

Il “sangiullo” di Geremia (da un intervista di Alfonso Toscano a Geremia Paraggio)

 

Erano gli anni dell’immediato dopoguerra.

Dopo la scuola passeggiavamo con gli amici, a Montecorvino Rovella, e quando la primavera cominciava a esplodere immancabilmente ci recavamo lungo un viale fiancheggiato da alberi.

In quel periodo dell’anno i fusti di castagni, pioppi, salici, fichi e tanti altri erano circondati alla base da polloni  e per noi era facile scegliere quello che ci sembrava più adatto, per il nostro sangiullo sceglievamo sempre il salice, o il pioppo.

Doveva essere della dimensione circa di un dito e della lunghezza sufficiente a ricavarci lo strumento. Una volta individuato il pollone che ci appariva giusto lo recidavamo con il nostro coltellino e lo tagliavamo verso la cima, per ricavarne un pezzo della lunghezza opportuna, e si procedeva alla “toma”.

Questa era una operazione delicata che si svolgeva sul posto, cosicché se non fosse riuscita si provvedeva facilmente a scegliere un altro pollone, per la verità tutte le operazioni per la realizzazione del sangiullo erano estremamente delicate ed il pericolo di fare un errore, irrimediabile, era sempre in agguato …ma per noi era un gioco, un passatempo, un “rito” ludico legato al ciclo delle stagioni, ma noi non lo sapevamo, …per noi era solo un gioco.

La toma consisteva nel torcere con le mani il piccolo virgulto, per tutta la sua lunghezza, con lo scopo di staccare la sottile corteccia dalla verga, con pazienza e destrezza, come avevamo “sempre” visto fare da qualche compagno, o da un adulto, zio, padre, nonno ecc..

Nel momento in cui al corteccia iniziava a staccarsi si cercava di estrarre il piccolo fusto dal lato più spesso, essendo esso impercettibilmente conico, anche afferrandolo con i denti e tirando, ma sempre con una rude delicatezza. Una volta che la “toma” era riuscita si infilava di nuovo il fusto nella corteccia, in modo che il tutto non si danneggiasse, e potevamo allontanarci dal luogo per svolgere le successive operazioni in un posto più comodo, per esempio seduti su un muretto, un sasso, un gradino.

La successiva operazione consisteva nel fare la tacca della “finestrella”, quella apertura dove il soffio, infrangendosi, produce il tipico suono. Fatta la finestrella si estraeva di nuovo il fusto e si provvedeva, sempre con il nostro fedele coltellino, a rimuovere sia la tacca sulla corteccia e sia la parte di fusto su cui era segnata la sagoma da asportare, poi si provvedeva a realizzare il canaletto di insufflazione sempre asportando una parte del fusticino, e solo dopo si passava all’operazione che forse richiedeva più attenzione e perizia: i fori per le note.

Anche questa operazione avveniva con il fusto inserito nella corteccia e sempre con il coltellino, i fori però erano quadrati e si provvedeva a rimuovere il quadratino di corteccia prima di estrarre di nuovo il fusto per l’ultima operazione, il taglio di questo all’altezza della finestrella. La “vrola” così rimasta veniva inserita nell’imboccatura ed ecco fatto, lo strumento era pronto.

A volte si riusciva ad ottenere uno strumento intonato ma comunque nessuno era uguale all’altro, e si faceva a gara con gli amici a chi otteneva “ o’ sangiullo  “ più sonoro e  intonato. Questo si poteva usare tranquillamente per una giornata prima che la sottilissima corteccia si seccasse e spaccasse rendendo lo strumento inservibile, ma si tendeva ad allungargli la vita con diverse attenzioni, come tenendolo all’ombra o mettendolo per qualche ora in un secchio d’acqua.

Geremia Paraggio, in esclusiva per www.alfonsotoscano.it                                        9 aprile 2009

 

 

 

intervista ad Alfonso Toscano per il mensile INScena

 

domanda:

- Secondo lei "musica etnica" è ormai etichetta di un
passato da salvaguardare, o è un movimento artistico che
ancora ha idee ed emozioni da esprimere?

risposta:

Non mi intendo di “musica etnica”. La mia esperienza si fonda su una limitata conoscenza della  musica e delle espressioni legate alla tradizione orale del centro-sud, che sopravvivono vive e vegete  molto più di quanto il mondo accademico e gli etnomusicologi vogliano far credere, salvo poi “rivelare” che si è miracolosamente documentata  l’esistenza della “tarantella cumpricata su una gamba” nelle loro bellissime pubblicazioni ad uso dei malcapitati  appassionati di “musica etnica”..

- Il rapporto con le proprie tradizioni lei ritiene sia
vissuto nello stesso modo in ogni zona d'Italia? O, per
esempio, i romagnoli con il liscio hanno un rapporto più
disinvolto che non noi del sud con la nostra pizzica?

sono convinto che l’attaccamento di un popolo verso le proprie tradizioni sia vissuto allo stesso modo in ogni area d’Italia pur manifestandosi in maniera diversa da un luogo ad un altro 

-Quest'anno Eugenio Bennato sarà a Sanremo con una
canzone dal titolo "Grande Sud" che, a dire di alcuni
critici che hanno già ascoltato il brano, ha il sapore
della pizzica e della tradizione, come ci si poteva
aspettare. Lei crede che il pubblico "sanremese" potrà
comprendere i linguaggi della nostra tradizione musicale, o
finirà soltanto per etichettarla come "espressione di un
popolo provinciale e morbosamente attaccato alle proprie
origini"?

Data la nota impostazione del festival, votato al business ed allo spettacolo di massa e quindi molto poco attento al contenuto,  sono convinto che, al di là di quello che il pubblico riuscirà a recepire,  gli autori del festival non faranno nulla per trasmettere il giusto messaggio, che sarebbe comunque difficile trasmettere in un contesto del genere. 

-Qual è, per quella che è la sua esperienza,
l'attenzione che il pubblico giovane del sud mostra verso il
genere etnico?

Se per genere etnico intendiamo la musica di tradizione orale, per esperienza personale posso dire che, contrariamente a quanto si possa pensare (ed a quanto io stesso pensavo prima di dovermi ricredere) e soprattutto in alcune aree del sud, il genere etnico non solo è molto sentito, ma è recepito nel modo giusto: non spettacolo, non arte, ma momento di socializzazione, di riconoscimento reciproco, di dialogo tra generazioni, di riflessione sulle proprie origini  e questo sia per gli anziani che ancora più spiccatamente per i giovani

-I musicisti più giovani hanno interesse verso lo studio
di strumenti della tradizione?

Spesso chi si avvicina agli strumenti musicali della tradizione non ha alcuna conoscenza musicale e vi si avvicina per trasferimento diretto e orale delle conoscenze, che è poi il tradizionale metodo di trasmissione della cultura popolare.

La mia esperienza si limita alle aree dell’italia centro-merdidionale e per quanto riguarda queste aree  ho rilevato personalmente un interesse inaspettato nei giovani, che mi ha profondamente colpito e mi ha incoraggiato nella mia opera di diffusione e rivalorizzazione degli strumenti musicali della tradizione in generale ed in particolare della chitarra battente “povera”, quella costruita dagli artigiani e che fino a prima del 2° conflitto mondiale si trovava spesso nelle case dei contadini, appesa al muro accanto alla roncola e al setaccio del grano  

-Secondo lei, le scuole di musica, le varie accademie sparse
per il sud, danno ai giovani iscritti un'adeguata
preparazione anche dal punto di vista "storico" della musica
e degli strumenti, o, al contrario, insegnano tecniche ma
tralasciano completamente l'aspetto storico?

Lo studio della musica di tradizione è quasi del tutto ignorato dagli Enti preposti all'insegnamento musicale. Eppure nessuno è ancora riuscito a dimostrare che il Gloria di Montedoro o i canti a tenores o  le polifonie della etnia albanese abbiano un valore culturale inferiore alla nona di Beethoven

 -Il nostro mensile si rivolge all'arte emergente, e spesso
da voce ad artisti della nostra terra che muovono i primi
passi di quello che sarà il loro percorso artistico. Quali
sono i motivi che dovrebbero spingere i giovani alla ricerca
della loro tradizione, anche quando il loro percorso è
lontano dalle sonorità delle loro origini?

La motivazione che dovrebbe spingere i giovani alla ricerca della tradizione musicale delle proprie aree di origine è la certezza che la propria tradizione è un bene preziosissimo in quanto rappresenta la propria identità, e la tutela dell’identità è alla base della sopravvivenza del nostro patrimonio culturale.

Alfonso Toscano, marzo 2008

 

 

 
idiofoni abruzzesi: Ciucchelarill' (castagnette)

 

Strumenti idiofoni negli Abruzzi ce n'è un'infinità : struwelatur (l'asse per lavare i panni), lu copp' (si usa in cucina, ma anche per ballare!), accjiarin' ecc. ecc. ecc.

Possono mancare le castagnette? ( a questo proposito cito la bella monografia di Silvio Pascetta nel volume "Suoni che tornano" dove, tra gli altri, sono citati due esempi di castagnette rudimentali)

 Che vengano usate è un dato di fatto.

 Quello che non mi risulta (per quanto ne sappia io) è che siano associate in modo specifico a qualche particolare tipo di danza regionale (sarebbe da verificarne un eventuale uso nella Cott').

Mi spiego: la tarantella napoletana prevede l'uso delle castagnette da parte dei ballerini, come il ballo flamenco prevede l'uso delle castanuelas fra i danzatori.

Ballarella, saltarella, spallata, ijsciana ecc. prevedono l'uso degli strumenti solo da parte dei suonatori e,quindi, la tipologia strumentale usata risulta meno codificata e più varia!

Nessuno si scandalizza in Abruzzo (ma questo vale per altre regioni..) se il canto di questua di S.Antonio viene portato accompagnandosi con le nacchere importate dalla Spagna e la chitarra folk con l'incatenatura Martin!!

Fino ad ora, purtroppo, non sono entrato in possesso di strumenti o fotografie d'epoca che rivelino una particolare modalità costruttiva - ammesso che sia esistita - rispetto al gusto o alla fantasia dei singoli artigiani; posso invece fornire un interessante contributo di natura.. etimologico-linguistica.

L'abruzzese (inteso come idiomi dialettali) prevede almeno due sostantivi per designare le castagnette, i quali si dicostano molto da quelli usati nel resto del Centro e del Sud.

Con rifer. a D.Bielli nel suo vocabolario abruzzese ed. 1930 (una ristampa recente è della Editrice A. Polla), che li traduce senza equivoci con l'italiano "nacchere", si ha:

1. frentano : ciucchelarill'      f. pl.

2. prob. aquilano : guaccola, gnaccola     f. pl.

Il termine aquilano-marsicano (secondo me onomatopeico) è usato anche nelle zone laziali confinanti ,nelle provincie di Rieti e Frosinone.

Riguardo al termine frentano c'e da fare qualche considerazione in più.

Premetto, a questo punto, che non sono ne' un glottologo ne' un linguista (nel senso non triviale del termine....) per cui le considerazioni che seguono sono opinabili e verificabili da chi ne sa più di me.

Ciucchelarill' è il diminutivo-vezzeggiativo plurale del sostantivo CIOCCH(E)L(E) la cui traduzione in italiano è:

Ciocchel'     = conchiglia  (senso assoluto)

        "        = frutto di mare - es. vongole, cozze ecc.- (senso generale)

       "         = cosa inutile, mal funzionante, cianfrusaglia, carabattola (senso lato, dispregiativo)

Ora, è un pò controsenso usare un vezzeggiativo per un termine dispregiativo, mentre esiste, e si usa proprio con questo scopo, il diminutivo (ciocchelett', ciucchelarijj').

Dovendo, cioè,  tradurre letteralmente in italiano il termine ciucchelarill' non rimane che la scelta:

conchigliette!!

In effetti tra le forme della natura che richiamano la coppia di castagnette (o nacchere) ci sono proprio le castagne e... le conchiglie!

Leggendo le e-mail pervenute a "la chiazza" vengo a scoprire da Giancarlo del Molise (è un caso?) che  naqqar è il nome di una varietà di conchiglie usate, originariamente, per il nostro strumento.....

..bhè, direi che la cosa si fa interessante... - inviterei Giancarlo, a questo proposito ad approfondire le sue ricerche in merito nella sua zona visto che storicamente,culturalmente e geograficamente si compenetra in quella presa da me in esame -

A bruciapelo domando a mia madre ( L. Cellucci, classe 1921 ) :  - Oh mà, cch' jè li ciucchelarill'? -

Risp.: - ...Ciucchelarill'...Jem' a 'ccattà li ciucchelarill' a Sand'Ggidije!!* ...Jè rrobbe ca se sòn',.. pazziarell'..., che sse sòn'... -

* S.Egidio è un'importante festa a Lanciano nella quale la tradizione vuole che, tra le altre cose, ci si regali a vicenda delle campanelle di coccio

Può anche essere che, vista l'età, si sia confusa con ciufelarill' (fischietti e flautini di canna) che all'epoca e fino agli anni '60 pure si vendevano alla fiera...

Mi consolo pensando a quanti ultraottantenni partenopei siano in grado di dirmi come si tengono in mano le castagnette!

Ma......jè rrobb' che sse sòne !!

 

                                                                                                                                              Carlo lo Cascio

 

 

 

 

 

rutino

DOCUMENTARIO RUTINO: PAESE DEGLI ANGELI

  

Prodotto dalla Parrocchia di San Michele Arcangelo e dalla Pro Loco “E. Corazzo” di Rutino, il 07 Agosto 2008 sarà presentato il documentario “Rutino: Paese degli Angeli”, per la regia di Gianni Petrizzo, con testi del prof. Alfonso Rizzo, voce di Guido Cairone, e organizzato da Don Ilario Dichiara.

Nella prima parte, il documentario descrive attentamente il paese, con i monumenti storici di rilievo: la chiesa, le cappelle, il museo, la fontana di San Matteo, i palazzi gentilizi. Viene, inoltre, sottolineata l’importanza di personaggi rutinesi che si sono distinti nella storia, come Padre Michelangelo che fu chiamato a Vienna dall’imperatore Leopoldo, Pasquale Magnoni con le sue opere letterarie, Michele Magnoni sottotenente garibaldino e altri ancora…

La seconda parte del documentario, invece, va ad approfondire, con accuratezza filmica, quella che è la sacra rappresentazione: la lotta tra l’Angelo e il diavolo, che avviene ogni anno, la seconda domenica di Maggio. Per la ricorrenza, annualmente, tutti i rutinesi si ritrovano uniti intorno alla statua di San Michele, patrono del paese. Questa festa evidenzia non solo i valori religiosi ma anche un’impronta chiaramente popolareggiante per l’attrazione che la sacra rappresentazione esercita su tutto il paese. A differenza delle altre feste che hanno come parte centrale la messa e l’omelia, in cui si esortano i fedeli al bene e al giusto, questa celebrazione, invece, culmina in un dramma dal messaggio prettamente evangelico.

La descrizione della sacra rappresentazione mostra un primo atto, che avviene, da tradizione, di buon mattino nella chiesa madre, e che consiste nel ricoprire la statua di San Michele con oggetti d’oro di ogni genere, donati negli anni, dai fedeli. Poi si passa alla vestizione dell’angelo (interpretato da Alberigo Dolce) che è considerato dai rutinesi la vera star in quanto rappresenta l’incarnazione dell’Angelo salvatore.

Dopo la santa messa ha inizio la rappresentazione scenica in cui l’Angelo attraversa in volo la piazza di Rutino per raggiungerne il centro ed affrontare il diavolo (interpretato da Nello Rizzo). Dopo un acceso dialogo si dichiarano guerra . Riparte la processione, che attraversa l’altra parte del paese, per poi ritornare in piazza ed assistere al combattimento finale: l’Angelo con in pugno la spada sconfigge il diavolo (interpretato da Carlo Volpe) e viene applaudito da una folla in delirio.

Il messaggio lanciato evidenzia la vittoria del Bene sul Male, vuole essere un invito di pace e di amore; è un incitamento a credere nel Divino, a scacciare l’orgoglio e la superbia, a rafforzare la fede.

Più in generale, con questa rappresentazione si vuole rievocare la cacciata di Satana e dei suoi seguaci dal Paradiso. Gli spiriti superbi, che, però, non si sono rassegnati, vogliono ritornarvi a tutti i costi. A nulla serve l’assalto e la ribellione perché l’Arcangelo Michele, il “Chi è come Dio?”, li condanna per sempre “fra pianti eterni, tormentatori imbelli”.

Il messaggero di Dio riporta una netta vittoria celestiale mentre Asmodeo può solo esclamare: “salve cupo mondo d’orror a te m’affido e mi nascondo in seno della tua notte”. E difatti, dal mondo delle tenebre, incita al male, si annida là dove è possibile, fa uccidere gli innocenti, fa rinnegare persino le persone care, la mamma abbandona o uccide il frutto dell’amore, il ragazzo affoga nella droga le delusioni della vita.

Armiamoci perciò di buona volontà, di rispetto verso noi stessi e verso gli altri, di comprensione e scacciamo dal cuore il seme della violenza, dell’egoismo e della vendetta

 

 
 
 
 
PASQUA IN CILENTO con Etnomalìa

Tra suoni rurali e freddo dal monte di Novi Velia…..un resoconto 

La pasqua trascorsa, arrivata in anticipo per motivi ancora per me oscuri, ha visto realizzato un evento unico per certi versi, sia perché non era proprio un festival, o proprio uno stage, o proprio una sagra, sia per il periodo e il luogo inusuali: la Pasqua e il Cilento.

Infatti se è vero che esistono 2 festival (ANTICHI SUONI a Novi Velia e LA FERA DELLA FRECAGNOLA a Cannalonga in settembre) in cui quasi naturalmente si può sentire la tradizione musicale cilentana, è anche vero che nel Cilento vige l’antichissima malattia che rende cechi davanti alle verità, sia culturali, sia folkloriche sia storiche, infatti la tendenza al folklore più macchiettistico, inventato dalla mancanza di conoscenza o memoria, ha fatto sì che oggi l’Italia non sa ancora dove collocare il Cilento: verso il napoletano?verso i fasti borbonici di Salerno? Verso i pastori lucani?verso la Calabria fiera? Oppure verso l’indistinta area priva di tradizioni che pure ha compreso alcune regioni Italiane, forse mal indagate o mal sviluppate.

Di fatto grazie ad alcuni giovani presenti sul territorio e al mio impegno come ricercatore e come amico sincero di tanti anziani, a dir la verità ancora zompettanti, abbiamo riesumato la realtà musicale e culturale del Cilento, non solo, abbiamo cercato di dare dignità alla DANZA vero veicolo di sentimenti e rapporti di ogni area del mondo. Abbiamo potuto fare questo seguendo un semplice metodo:

1)      rispetto per l’anziano come persona non solo come “produttore” di tradizione

2)      condivisione del suo stesso sentire in quanto anche noi musicisti

3)      domande aperte su tutto un mondo tradizionale ormai estinto

4)      e soprattutto senza pregiudizi e senza mettere in bocca alla persona per forza il nostro punto di vista

purtroppo nel Cilento molti giovani hanno una idea falsata della tradizione cilentana, per chiare vergogne verso un mondo passato, certo poverissimo, attraversato da tensioni sociali enormi, tranciato dall’emigrazione interna ed estera, tanto che oggi gli stessi giovani suonano l’organetto abruzzese (non cilentano), molti suonano la chitarra battente a 10 corde (non cilentana a 4 corde), addirittura alcuni comprano zampogne molisane non sapendo che il Cilento è una delle zone centrali della zampogna lucana, altri cantano canzoni cilentane “arrotondate” in dialetto salernitano se non napoletano, stravolgendone le modulazioni e rendendole canzonette. Questa, volenti o nolenti, non è la verità e comunque sappiate che quei pastori di capre, quelle raccoglitrici di fichi e olive, quei braccianti stagionali, quelle mondine a Vercelli, quei duri pescatori, persi a volte sotto la neve a Chicago, in coma etilico in Svizzera, oppure oggi ottantenni, sappiate che hanno mantenuto uno famigli, hanno fatto sì che oggi voi siate avvocati, professionisti o eterni studenti a Roma.

L’EVENTO

Devo dire che tutto l’evento è stato funestato da bizzarri svolgimenti metereologici che passavano dalla tramontana alla grandine, alla pioggia; inoltre a volte la nostra organizzazione si è trovata in difficoltà, lo ammettiamo, per inesperienza , e di questo ci scusiamo con tutti i partecipanti.

Tuttavia credo che il livello culturale e gastronomico sia stato apprezzato dagli oltre 30 ospiti provenienti dalla zona e da gran parte dell’ Italia isole comprese, ospiti che hanno potuto ascoltare, ballare, fotografare la tradizione musicale del Cilento.

VENERDI’ SANTO

Il venerdì, come da programma, ci siamo recati verso il Monte Stella, un area che viene chiamata Cilento Antico, per seguire le visite delle Congreghe (congree) alle chiese dei paesi intorno. A Stella Cilento la congrega di San Giovanni ha eseguito la passione (in parte tradizionale in parte colta) per poi salutarsi con la congrega di Stella. Motivo di interesse i canti a cappella intonati “alla cilentana” e certi accenni ai battenti.

Verso sera era in programma la proiezione del documentario “la zampogna in campania” a cura di Beppe Mauro, il quale presente ha spiegato le varie fasi del suo lavoro, che personalmente reputo di grande valore, sia per la presenza di quasi tutti i grandi suonatori della zona (in massima parte cilentani), sia per la struttura a cerchio della sua indagine partita da Colliano, attraverso vallo di Diano e Cilento, fino a tornare a Caserta e Montemarano. A Beppe il mio ringraziamento per la sua presenza e per la sua sempre piacevole compagnia.

La sera siamo tornati al VECCHIO MULINO di Pina Speranza(che si è occupata del vitto e dell’alloggio e che ringrazio per la sua resistenza e forza d’animo) a Novi Velia,

STAGE

Gli stage si sono svolti tra sabato e domenica, con IL TAMBURELLO di Gianni Berardi il quale come suonatore e costruttore ha avviato ai ritmi delle tarantelle del sud, seppure in Cilento non vi è tradizione di tamburello bensì di castagnola, la ZAMPOGNA di Tommaso Sollazzo che ha insegnato gli stili e le suonate tradizionali del Cilento imparate direttamente alcuni suonatori della zona, la CHITARRA BATTENTE di Gianluca Zammarelli che ha fatto presente la vera chitarra battente cilentana a 4 corde come accompagnamento al canto, la DANZA a cura di Roberta Parravano e danzatori locali.

SORPRESA

Tra gli stage abbiamo avuto l’onore di ospitare in forma amichevole, uno dei massimi esperti di cultura e tradizioni sarde, Gianni Mereu, che con grande conoscenza delle “verità” tradizionali sarde, ha esposto un saggio della sua preparazione coreutica e un campionario di strumenti musicali, dalle launeddas, alla tromba degli zingari ( che come in cilentano si dice Trunfa).

Personalmente voglio ringraziarlo calorosamente per la presenza e mando lui un saluto di stima per il suo affettuoso carattere e per la sua professionalità.

DANZA

Sulla danza vorrei soffermarmi particolarmente, in quanto difficile è stato individuare i veri esecutori di tarantelle. Si può dire che in cilento esistono molte tarantelle:

1)      la pastorale, che si balla su zampogna

2)      la tarantella veloce, sull’organetto

3)      alla crapara, che si balla da soli o in coppia di uomini con tratti di scherma/duello

4)      alla rianese, con passi del Vallo di Diano

5)      tarantella di sala, di origine più recente

6)      quadriglia, che nel cilento è ballata a tarantella

a coordinare la danza un ringraziamento a Roberta Parravano, esperta di danze tradizionali e non solo, che con pazienza e calma ha guidato gli allievi in passi nuovi, certo mai visti nel boom mediatico del new folk revival, cercando di partire dal passo base, che diciamolo ha molte parantele con la tarantella lucana.

SUONATORI TRADIZIONALI

Per gli incontri di danza abbiamo avuto l’onore di ospitare l’intera famiglia Cortazzo di Cannalonga, a partire da Zì Vincenza che con nostro stupore si è presentata in costume tradizionale originale e da lei siamo partiti per la tarantella pastorale, la presenza di Zì Nicola Cortazzo uno dei più conosciuti suonatori di zampogna di tutto il Cilento, il figlio Antonio Cortazzo abilissimo suonatore di ciaramella, il nipotino Nicola all’organetto.

Per la danza abbiamo invitato un grande cantore e ballerino di Rofrano, Antonio Grosso che direi balla la tarantella in modo completo ed elegante, inoltre è uno degli ultimi cantori alla cilentana su chitarra battente, essendo stato un esecutore di serenate (d’amore, di lontananza, di sdegno, di spartenza, di lagnanza). Insieme a lui un altro cantore ballerino, Renato di Cannalonga che oltre a ballare benissimo la pastorale è un grande cantante nel tipico falsetto a “scandillo”.

Nelle serate post-cena abbiamo avuto come ospiti il grande Zì Antonio “garibaldi”  Lettieri di Castelnuovo cilento, suonatore di zampogna, ciaramella, organetto, oltre che cantante affascinante e teatrale, depositario delle canzoni del Cilento e della tradizione garibaldina.

Sabato ci ha visitati Zì Carmelo detto ‘mbiastro, uno degli ultimi cantori su zampogna e grande conoscitore insieme a Zì Pasquale dei canti narrativi e rituali.

PASQUETTA

Tra pioggia torrenziale e vento, la pasquetta originariamente programmata sul monte Gelbison, si è svolta al chiuso, eppure si è potuto ascoltare le belle zampogne dei Maestri Citera e dei Cortazzo.

Francesco Citera e Pietro Citera sono tra gli ultimi costruttori di zampogne e ciaramelle del Cilento, allievi della famiglia Trimarco di Polla dai quali tutti i costruttori del Vallo di Diano fino ai fratelli Forastiero ne hanno attinto la sapienza.

Durante la giornata abbiamo avuto l’occasione di sentire la tipica formazione musicale del Cilento:

zampogna 4 palmi e tre quarti (in SI), 3 ciaramelle, una ciaramella contravoce (in FA#) , organetto, castagnola.

Inoltre Antonio di Rofrano e Renato di Cannalonga hanno fatto un canto alla cilentana su chitarra battente a due voci, per poi ballare tutti insieme agli ospiti dell’evento.

CONCLUSIONI

Seppure ci sono stati momenti un poco difficili, ho passato una bella esperienza, per la grande emozione avuta da questi “anziani” del Cilento a cui dedico il mio saluto.

Vorrei ringraziare inoltre Tommaso Sollazzo di Salento, co-organizzatore dell’evento, per la sua grande calma e maturità, rispetto alla sua giovane età, e per la sua passione che lo rende attualmente l’unico giovane suonatore e cantore del Cilento (escluso me!), grazie a Tullia per il suo aiuto, un caro saluto a Gianna e Renato di Roma che mi hanno fornito le riprese dell’evento, un caro grazie a Enrico di Bellosguardo, Nicola di Pioppi, Nello di Cannalonga figlio di “pelea” che spesso ha risolto i problemi, Zì Pasquale di Novi, Mario per averci offerto la bella sala del convento dei Celestini, Gianni Mereu, Pietro Botte per la collaborazione, TUTTI I SUONATORI E DANZATORI e TUTTI GLI OSPITI veri protagonisti dell’evento.

Dandovi appuntamento a quest’estate per un nuovo evento vi saluto tutti.

 

Gianluca Zammarelli

 

 

 

 

 

 
Balvano, 3 marzo 1944.

Racconto di un contrabbandiere, Palomba Michele, classe 1930, nato a Torre del Greco

Salvatore Argenziano



(Palomba Michele è la somma di tanti personaggi e di tante storie torresi, confluite in un nome, senza alcun riferimento a persona esistente o esistita).

Eva già sunata a campana ’i mieziuórno quanno me ne jétti a r’u puósto ’i pisciavino addó jévo a gguaglione,
pe ghì â casa a mmangiá e pe ppigliá a mappata p’u viaggio.

’A tre misi, na vota â semmana, facevo sta viacrucisse ’a r’i pparte ’i Saliérno p’accattá nu poco ’i rrobba ’i mangiá.

I pprimme vote, jévo cu zizì Vicienzo e nce fermàvamo priésto, pure nt’i ccampagne ’i Salierno. Ma mo, pe ttruvá coccosa senza essere scannato ’a r’i campagnuoli, èvamo ’a ì nfin’a ncoppa a Pputenza.

Accattàvamo uóglio, fasuli, ciceri, pasta e ccarne ma chilli cafuni nun vulevano i sordi ncagno ma scitto a rrobba. Vestiti, cuperte, scarpe e tant’ata cummudità ca lloro nun tenevano.

A Nnapule, chî mericani, se truvava tutto chello ca vulivi, accattanno o arrubbanno. Nu poco â vota io évo già assiccato u cascione r’u curredo ’i màmmame, che èva vérula ’i uerra; e pure u curredo r’i ssore meie s’èva squagliato. Aroppo passáieme all’argiento e pure i ppusate r’u servizzio buono me futtettono chilli pacchiáni.

Me magnaie nu piatto ’i caverisciuri e póvere ’i pisiélli e na pagnuttella ’i granurino e patane. N’ata panella m’astipaie p’a sera. Â casa nuie nun ce mangiàvamo tutto chello ca io purtavo ’a campagna. Na parte a vennévamo p’accattá a merce r’u scagno e pe puté campá tutta a semmana. Appriparaie a mappata cu quatto cuperte americane, scarpuni ’i surdati, magliuni e cazettuni ’i lana, roi stecche ’i sigarette e pure l’urdima pareglia ’i pusate argiento e scenniétti a chiammá fráteme cuggino Giruzzo ca viaggiava cu mmico.

’A r’u ponte ’i Gavino jéttemo â stazzione, camminanno ncoppa i cchiastre r’u treno, pe spiá si nce steva nu treno p’a sera. Rucchetiello u guardastrate nce ricette ca nu treno merce steva mpartenza ’a Napule e nuie nce appustaiemo roppo i puonti scarrubbati ’i sottufronte, abbasciupuorto, chelli seie arcate ca i teteschi avevano fatto zumpá all’aria. I mericani facetteno tanta pilastruni ’i lignamme, cunfromme a chella catasta ca l’indiani facetteno ncoppa î scuóglieri ’i Gavino, quanno abbrusciaieno nu muorto lloro. Quanno passava llà ncopa, u treno se ntaliava e nuie zumpàvamo ncopp’i vaguni, già chini a strafottere ’i ggente, sagliuta a Nnapule, a Ppuortici e a Rresina.

Ron Bernardino r’a Cappella ’i Puortusalvo steva sunanno vintunora quanno u treno arrivaie, già carrico ’i centinara ’i cristiani ncatastati rint’a cchilli pochi vaguni ca nunn’erano stati nzerrati r’a pulisse. Ogni vota ca u treno passava ncoppa î puonti ’i lignamme, rallentava e ata ggente zumpava ncoppa. Accussì â Torrannunziata, a Ccastiellammare ma roppo m’addurmiétti, pecché era u turno mio, frammente ca Giruzzo faceva a posta î mmappate.

Nuie stévamo sempe cu l’uocchie apierti pe bbia r’i mariuoli ca sagliévano senza a rrobba e se futtevano i mmappate ’i chilli ca s’erano addurmuti. Nce stevano pure i putecari ca stu strascino u ffacevano pe mestiere già ’a primma ca trasètteno i mericani, tanno, quanno i fascisti sequestravano u carreco e i ppurtavano pure ngalera. Io e Giruzzo, ca tenévamo sulo quattordici anni, u ffacévamo p’a famma e sulo ’a qatto misi ma però nce l’évamo mparato bbuono u mestiére. Nun ce facévamo cchiù fottere ’a nisciuno nt’u treno e pure ’a r’i cafuni p’i ccampagne.

Me scetaie a Battipaglia quanno eva già calato u scurore r’a notte. Chiuveva e nt’i vaguni stévamo azzicco azzicco l’uno cu ll’ato pe puté pigliá nu poco ’i calimma e pure pecché nun ce steva posto pe tuttu quanti ’i nuie. Frammente ca rurmevo, coccheruno era sciso e tant’ata ggente era sagliuta. Paisani ca se spustavano ncopp’i merci, nt’i vaguni, a nu paese a n’ato pe ghì a faticá, oppure uagliuni ca jevano e turnavano r’a scola e pure prufessiunisti ca viaggiavano ncopp’î vaguni pecché u treno chî ccarrozze nce ne steva uno sulamente â semmana.

Nt’a stazzione attaccaieno nata lucumutiva e po u treno partette pe Putenza.

Giruzzo s’addurmette e io me mettietti a gguardia r’i mmappate. Arrivaiemo â stazzione ’i Balvano e llà u treno se fermaie pe na coincidenza. Era mezanotte e io già penzavo ’i m’appapagná nu poco. Sentevo ogni tanto i vvoci r’i machinisti ca se chiammavano nt’a nuttata. Nt’u vagone i rrunciate ’i chilli ca rurmevano. Era quasi l’una ’i notte quanno u treno s’avviaie p’a sagliuta. Giruzzo rurmeva e io penzavo r’u scetá a Pputenza.

Trasiéttimo nt’a na gallaria e i pparpetule ’i l’uocchi mieie addeventavano sempe cchiù pesanti. Verévo già i ppalummella.

Me scetaie nterra â stazzione 'i Balvano.

Nu mireco m’aveva fatto na serrenga e io m’ero scetato.  Asciétti fora e truvaie na muntagna i muorti. A neve i ccummigliava già.

Na filèra pe quant’era luongo u marciappieri r’a stazzione. Me mettietti appaura e me ne fuietti p’a campagna, senza parlá cu nisciuno e senza sapé ch’era succieso.


                                                                                                                 Salvatore Argenziano

 

 

 

 

 

LE CONFRATERNITE DEL CILENTO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

   Negli ultimi anni si sta diffondendo, tra le Confraternite del Cilento Storico, la tendenza ad ampliare l' organico, inserendo giovani cantori e donne, a dispetto di una tradizione secolare che le ha sempre ritenute appannaggio esclusivo di uomini anziani.

   Cosa potrebbe comportare una scelta del genere? Qualipotrebbero essere le devianze rispetto ai tradizionali rituali, immutati per generazioni? Come e in che misura la presenza delle donne potrebbe sconvolgere le cerimonie delle Confraternite, e soprattutto la loro espressione più autentica e rappresentativa, cioè il canto? 

   Partiamo da una considerazione di fondo: una tradizione, per continuare a vivere nel tempo, deve necessariamente rinnovarsi e fare i conti con le mutate condizioni storico-culturali che si vengono a creare nel tempo. E più che mai nell' epoca contemporanea, caratterizzata da rapide, vorticose trasformazioni culturali e tecnologiche, la tradizione, per continuare ad esistere, presuppone un tradimento. Attenzione! Con ciò non voglio assolutamente intendere destrutturare completamente, sconvolgere  o perdere il significato originario, trovare un accostamento con le mode e le tendenze contemporanee, alla ricerca di maggiore risonanza ed eco, in modo da uscire da un ristretto circolo locale. In questo caso, probabilmente, è meglio che la tradizione rimanga relitto, residuo.. Ma comunque.. andiamo avanti.  

I rituali della Settimana Santa sono una rappresentazione teatralizzata e musicata della Passione e morte di Cristo. Per secoli si sono tramandati uguali nel tempo, o con poche varianti,  e altrettanto il canto, fulcro dei rituali. Questo è eseguito esclusivamente dagli uomini, e non potrebbe essere altrimenti, data l' emissione vocale, il registro e particolari tecniche di enfatizzazione di alcuni armonici nella voce. Certamente, questo repertorio è conosciuto dal resto della comunità e quindi dalle donne, e  in parte  anche da esso opportunamente eseguito, seppur con varianti melodiche e di stile maggiormente derivate dal canto profano locale e in momenti esterni alla cerimonia rituale. 

   Il canto delle Confraternite  si può considerare la “rifunzionalizzazione” della tradizionale lamentazione funebre “privata”, profana, in ambito liturgico. Si discosta, però, in modo evidente, da quest' ultima -rappresentazione per certi versi anch' essa teatrale- per maggiore solennità e decoro. Inoltre, in ambito contadino, il lamento funebre profano, laddove persiste, viene pubblicamente eseguito solo dalle donne, siano esse lamentatrici specializzate, o parenti del defunto. Si tratta, quindi, di un' espressione canora esclusivamente femminile.

   L' allargamento dei canti confraternali alle donne potrebbe, a mio avviso, ben collocarsi in questa operazione di avvicinamento tra la sfera del sacro e del profano, al mondo profano popolare e al linguaggio musicale di questo. E forse era proprio questo il senso delle Confraternite, fare da tramite tra la liturgia, la Chiesa quindi, e il popolo.

   Certamente, è forte il rischio di sminuire e sconvolgere un canto autentico e comunque sia affascinante e di forte impatto emotivo. Mi piacerebbe comunque provare a immaginarne il risultato.

   Sarebbe sicuramente diverso, forse meno robusto e corale, più straziato e urlato;  difficile immaginare un' esecuzione in cui uomini e donne cantano simultaneamente; probabilmente si perderebbero molte affascinanti coloriture del canto attuale maschile. Curiosa sarebbe l' esecuzione di strofe in alternanza tra il semicoro degli uomini e quello delle donne, ma forse danneggerebbe lo spessore e l' impasto armonico che l' esecuzione maschile crea. Molto più interessante, a mio avviso, affidare un momento della rappresentazione alle donne, il pianto sul sepolcro di Cristo ad esempio, in cui intonerebbero, in un' atmosfera meno solenne, più straziante, il Pianto di Maria, più appropriatamente femminile.  Non una traslazione integrale della lamentazione profana nell' ambito della cerimonia (non si  utilizzerebbero i moduli melodici propri di questa) ; ma la presenza delle donne ad eseguire il pianto, darebbe forse più colore e realismo alla rappresentazione. Agli uomini il resto dei canti processionali. Si potrebbe fare un esperimento...

    21 febbraio 2007                                                                                     Giuseppe Apolito

(articolo in esclusiva per www.alfonsotoscano.it, il Dott. Giuseppe Apolito si è laureato con una tesi in Etnomusicologia dal titolo "Lo stile di canto lirico di tradizione orale dell'Alto Cilento/Valle del Calore") presso l'Università degli Studi di Bologna - Facoltà di Lettere e Filosofia - Corso di laurea in D.A.M.S. indirizzo Musica

 

 

   lo zufolo magico

di Carlo Muccio

 

Ero alto poco più di un soldo di cacio, avevo pressappoco 6 o 7 anni era,  dunque, il favoloso periodo degli anni ’60. Amavo la natura e prediligevo vivere all’aria aperta per cui frequentemente mi inventavo pretesti e creavo circostanze per potermi recare in campagna da mio zio Girolamo. Io tuttora abito ad Aversa, media cittadina in provincia di Caserta, e proprio nell’estrema periferia sud, contrada Cappuccini, chiamata così per la presenza di un diroccato e fatiscente monastero appartenuto ai monaci Cappuccini, mio zio possedeva degli appezzamenti di terreno, era quindi un agricoltore dedito alla terra e a tutto ciò che se ne poteva ricavare. Proprio in queste zone dell’aversano vi erano grossi vigneti di una speciale qualità di uva detta “asprina o asprinia”, famosa un po’ in tutta l’Italia e credo anche oltre i confini. Detta uva si presenta in piccolissimi chicchi appiccicati l’uno all’altro, tanto che è impossibile mangiarla ad acini ma va fatto dando dei morsi sul raspo, un po’ come si mangiano le pannocchie di grano. Altra peculiarità di questo tipo d’uva è che si presenta in filari che crescono all’altezza di circa 8 – 12 metri dal suolo. Come fare, quindi, per sorreggere detti alti filari? E qui che entra in ballo l’arte e si manifesta l’astuzia e la scienza del contadino! In occasione della nascita di un figlio i contadini della mia zona, almeno un tempo, erano soliti piantare alberi di pioppo alla distanza di 10 – 15 metri l’uno dall’altro, questi ultimi hanno la caratteristica di assorbire scarsa manutenzione e, nel contempo, una volta divenuti alti si poteva stendere tra loro vari fili di acciaio orizzontali sui quali, appunto, far avvinghiare i filari di uva asprina. Che arte però! Tutto questo giro di parole raccontato minuziosamente per arrivare a questi benedetti alberi di pioppo che rappresentano il punto cardine del racconto.

     In determinati periodi dell’anno, non so dirvi quali, ma ricordo che i pioppi incominciavano a perdere quel tipico fiore che svolazza nell’aria sotto forma di peluria volante, forse aprile-maggio, mio zio Girolamo all’imbrunire era solito sedere sull’uscio della sua casa colonica a manipolare dei rametti di pioppo. Io lo sapevo bene cosa stesse facendo, perché quel lavoro era destinato a me, bambino degli anni ’60 con pochi giocattoli a disposizione e, quell’arnese che stava costruendo mi avrebbe arrecato una immensa felicità.

     Ebbene stava creando uno strumento musicale sui generis: uno zufolo di corteccia. Io lo osservavo con attenzione cercando di apprendere la sua magica arte e ho tuttora, davanti ai miei occhi, quelle scene singolari ed uniche. Tagliava un bastoncino, che doveva essere perfettamente dritto e senza nodi, dell’altezza di circa 25 centimetri e del diametro di 2 o 3; poi lo manipolava con le sue mani scure, ruvide e rugose facendone fuoriuscire il bastoncino di legno dalla corteccia, lasciando la stessa intatta senza tagli o ammaccature: era un’arte davvero unica che in pochi conoscevano e che veniva tramandata da padre in figlio.

     Il bastoncino che aveva estratto dalla corteccia lo assottigliava un po’ con il suo coltello a serramanico, che portava sempre con se, lasciandone cadere per terra lunghi ricci di legno sottilissimi, con i quali io ci giocavo. Perché tale operazione? Ma perché lo stesso bastoncino, successivamente, doveva essere rinfilato nella corteccia ove doveva scorrere senza alcun attrito. Dunque … ad un’estremità della corteccia, e ad una distanza di 3 centimetri circa, praticava un foro, a volte tondo a volte quadrato, e proprio questo foro rappresentava lo sfiato dell’aria dello zufolo; a questo punto introduceva il bastoncino assottigliato dalla estremità opposta in cui aveva praticato il foro e iniziava a farlo scorrere muovendo l’indice e il pollice della mano destra, mentre sorreggeva la corteccia con le dita dell’altra mano. Portava così alla bocca lo zufolo dalla parte in cui aveva praticato il foro e vi soffiava dentro dando un’intonazione al motivo che riproduceva. Il suono che diffondeva lo zufolo era unico e credo che nessuno strumento musicale possa tutt’oggi eguagliare. Non vi erano note da suonare ma le stesse venivano prodotte dallo scorrimento del bastoncino lungo la corteccia e per giunta non c’era bisogno di accordare lo strumento! Ricordo, ancora, che spesso lo zufolo si riempiva di saliva la quale penetrava nello strumento lubrificandolo automaticamente, permettendone il perfetto scorrimento del bastoncino lungo la corteccia.

     Ho tentato varie volte di conservare lo zufolo ma, come per incanto, dopo pochi giorni si autodistruggeva, insomma non era più possibile utilizzarlo poiché la corteccia diveniva scura e seccandosi si spaccava in più punti, mentre il bastoncino diventava secco e si curvava.

     Sono trascorsi oltre 40 anni da quei giorni: mio zio Girolamo non è più tra noi ed io serbo ancora intatto il suo ricordo e dei suoi meravigliosi zufoli.

     A volte mi reco presso quei luoghi di campagna ove risiedono tuttora i miei cugini, i quali hanno abbattuta la casa colonica costruendone una grande villa, progettata da me, con tanti comforts; tra di noi si discute di tante cose, mai però abbiamo accennato a quello zufolo magico dal suono fatato, che credo mai più avrò modo di riascoltare nel corso della mia vita, comunque il suo eco è scolpito indelebile nella mia mente.

Addì 14-06-05                                             

                                                                                               Carlo Muccio

in esclusiva per Alfonso Toscano www.alfonsotoscano.it

 

 

 

Olds -    Osservatorio-laboratorio demoantropologico e del sociale

             La decima edizione di “Comunicare con l’arte”  organizzata dalla Pro-loco di Colliano  (Salerno) ha registrato risultati piuttosto originali.

             Inaugurata nel lontano 1995 come rassegna estemporanea di pittura, nella edizione di quest’anno affidata ad Antonio Tateo che è il direttore dell’OLDS, ha inaugurato una nuova formula: non più una estemporanea libera ma ad invito. Questo ha consentito di scegliere pittori giovani e meno giovani e metterli a confronto in una sorta di gara creativa ma anche in una occasione di confronto generazionale e di interpretazione creativa legata alla propria esperienza umana.

             Il risultato è stato che alla fine dei tre giorni tutti hanno prodotto lavori di comunicazione artistica piuttosto significativa, determinando anche una situazione di novità  culturale e di comunicazione.. Su suggerimento del Direttore Artistico Antonio Tateo, infatti, Ornella Ceci, giovane allieva del prof. Velati, Presidente dell’Accademia delle Belle Arti di  Bari, e  Nuvola Calenda di Tavani, sperimentata pittrici di “trompe d’oeil”, hanno realizzato uno sperimentale approccio con i collianesi che ha prodotto un’interessante esperimento che il direttore artistico ha definito “espressione di arte nel sociale”.

             Come si ricorderà, negli anni ’70 fu teorizzato il filone artistico dell’Arte del sociale, di quella espressione artistica, cioè, che aveva assunto come tema espressivo il  dibattito intorno alle grandi problematiche sociali di quegli anni. La libertà, la tutela delle classi subalterne la valorizzazione delle loro culture, il diritto allo studio,  la libera formazione delle idee e la loro circolazione, l’affrancamento dai limiti imposti dai “nuovi fascismi”, l’opera d’arte resa fruibile da tutti, l’abbandono della musealizzazione delle opere d’arte contemporanee con l’uso della “performance” cui tutti assistevano o partecipavano, l’uso dei nuovi linguaggi visivi, furono    gli argomenti del dibattito artistico di quegli anni, con l’analisi sociale dell’arte introdotto nelle università italiane con Carlo Giulio Argan e con la creazione    di Enrico Crispolti, allora titolare della Cattedra di Arte Contemporanea all’Università di Salerno, della  teorizzazione della “Arte del Sociale”.

             Con Crispolti, Tateo riusci ad organizzare con  Lucilla Clerici e Lanfranco Colombo, rispettivamente direttrice e proprietario della Galleria “Il Diaframma” di Milano, la prima Rassegna universitaria di fotografia, con la partecipazione degli autori ad un seminario con gli studenti dell’università salernitana.

              La decima rassegna di Colliano ha, invece, inaugurato la nuova stagione dell’arte del sociale scoprendo il filone dell’arte nel sociale, un arte, cioè, dove la componente sociale partecipa attivamente alla realizzazione dell’opera dell’artista, interagendo con quest’ultimo.

              La giovane Ceci di Bari ha realizzato un ritratto di una donna di Colliano con cui ha interagito per tutto il tempo della preparazione del suo lavoro estemporaneo,  sul piano umano facendosi “adottare” letteralmente. Il risultato è stato un ritratto finale di una donna che ha vissuto dure esperienze umane e che ha lasciato anche il suo segno pittorico in questo scambio umano occasionale ma , allo stesso tempo, profondamente umano.

              Nuvola Calenda di Tavani, pittrice romana, è quella che ha raffigurato se stessa nella realtà quotidiana collianese, coinvolgendo in questa operazione gli abitanti di ogni età e di sesso diverso, invitandoli a lasciare un loro segno sulla tela firmando l’atto pittorico. Ben 32 abitanti, ragazzi e adulti, donne e uomini, hanno realizzato con lei il lavoro estemporaneo, diventando, così, artisti assieme all’artista.

             E’ stato così abolito il diaframma che ha sempre separato l’Arte con la A maiuscola e il mondo dell’uomo comune che non gioverà al mondo dei commercianti dell’arte ma può rinnovare il mondo dell’arte che, non intimorendo più l’uomo della strada, potrà godere di una nuova stagione di diffusione su un substrato più ampio di potenziali fruitori e, quindi, potenziali collezionisti.

             Nasce da questa esperienza il nuovo manifesto che ha si chiamerà “Utopia” ideata dal direttore artistico Antonio Tateo è sottoscritto immediatamente dalla titolare della Cattedra di Fotografia, Gabriella Guglielmi, della Facoltà di Lettere dell’Università di Salerno.

             Il testo definitivo del “manifesto” artistico sarà inviato a tutti quelli che credono in un rinnovamento delle arti visive, in un momento di crisi epocale non solo sul piano  artistico ma anche dell’umanità intera, per raggiungere un obbiettivo ambizioso che è quello di interrompere tutte le barriere ghettizzanti.

           La sacralità per iniziati sta alla base di tutti i ”fascismi” e gli “integralismi”  che si preparano a creare un mondo di “nuovi schiavi”.

           Altro momento innovativo della manifestazione di Colliano, Alta Valle del Sele, in provincia di Salerno, è stato un insolito raduno di musica etnica nel corso del  quale si è suonato con gli strumenti popolari, ma si è anche affrontato il problema spinoso di un ricambio generazionale non tanto dei suonatori ma dei costruttori  di questi strumenti popolari. Già per la chitarra battente chi vuole avvicinarsi a questo strumento popolare cilentano deve rivolgersi ai liutai pagandolo una discreta cifra.  E’ evidente che questa logica ne determina a lungo andare la sua scomparsa. Di questi argomenti Tateo ne ha discusso con il cilentano Alfonso Toscano che vive a Roma e che costruisce la chitarra battente per "aspiranti suonatori" e per i soci del Circolo Bosio di Roma, un circolo culturale molto attivo nella musica etnica, da Antonio Forestiero e Vincenzo Forestiero, costruttori e suonatori di zampogne e ciaramelle di Lauria (Potenza), con Antonio Radesca di Tardiano frazione di Montesano sulla Marcellana, con Felice Curcio di Casalbuono, con Giovanni Mignoli e Rosario Mignoli, con Pietro Rosario Crucci, suonatori e costruttori di Caggiano, con Attilio Cirillo, organetto diatonico, con Luciano Serpa, voce e Maurizio Cuzzocrea, del Consorzio dei Musicisti Calabresi, di Paola (Cosenza) e, infine, con la presenza di Vincenzo Cesario e Pasquale Ruffolo, suonatori e costruttori di zampogna surdulina calabra detta “para”, di origini del mediterraneo orientale.

           Anche per questo argomento sarà stilato un documento “sindacale” che avrà larga diffusione tra gli “addetti ai lavoro” ma anche tra i numerosissimi appassionati.

                                                                                    Antonio Tateo

                   OLDS – Osservatorio-Laboratorio demoantropologico e del sociale.

                     Via Rufoli, n° 23 – 84135   Salerno – e-mail: oldstateo@jumpy.it

 

 

 

     
 

‘O     P U L L E C E N E L L A     D I N T’     ‘O      C U P P E T I E L L O
 

di Carlo Muccio


        “Accattateve ‘o Pullecenella dint’ ‘o cuppetiello ..... comme sona bello ‘o Pullecenella”, così gridava il venditore ambulante che pubblicizzava il suo etnico Pulcinella musicale.
Era un omino basso e snello, provvisto di una grossa cesta di vimini poggiata sul petto e sorretta tramite una cintura di cuoio nero ancorata al collo, nella quale giacevano, allineate in bella mostra, le sue marionette-giocattolo musicali.
         Mi avvicinai e con garbo gli chiesi da quale paese provenisse. Era un uomo affabile ed estroverso per cui immediatamente mi rispose che veniva da Napoli e precisamente da S. Gregorio Armeno, dove si costruiscono i presepi e, senza che gli chiedessi altro, aggiunse che quest’anno, in occasione della festa di S. Paolo, Santo patrono di Aversa, aveva venduto pochi esemplari di Pulcinella. Gli chiesi, ancora, da quanti anni venisse nella mia città per vendere le sue marionette, lui sorridendo e scuotendo la testa rispose che accompagnava suo padre quando era ancora bambino, da circa 40 anni.
In mia compagnia c’era mia figlia Viviana di 11 anni, che nonostante non fosse più in età per giocare col Pulcinella, lo acquistai ugualmente, forse perché mi ricordava che quando ero bambino piangevo per far sì che mio padre me lo comprasse e che, purtroppo, poche ore dopo lo avevo bello e smontato per scoprirne l’oscuro meccanismo interno, che ne permetteva il suo funzionamento.


         Il Pulcinella musicale consta di un cono di cartone sul quale vi è attaccato, con colla vinilica, della carta colorata da regalo, dal quale fuoriesce una testa in terra cotta di un Pulcinella che veste di panno-cencio rigorosamente bianco. La testa del Pulcinella è attaccata da un’estremità ad un filo di ferro zincato passando attraverso il cono di cartone e fuoriuscendo dall’estremità opposta della strettoia inferiore dello stesso cono di cartone, grazie ad un foro praticato. Quest’ultima estremità è piegata su se stessa in modo da essere facilmente impugnata con l’indice e il pollice della mano destra e mossa con movimenti simultanei e cadenzati dal basso verso l’alto e viceversa. In tal modo la piccola marionetta di Pulcinella entra ed esce ripetutamente dal cono facendo sì che essa appaia e scompaia.


          Nel contempo è possibile suonare, portandola alla bocca, una piccola trombetta di plastica applicata perpendicolarmente sullo stesso cono, la quale emette dei suoni stridenti ed argentini. Questa simbiosi sonora e visiva del Pulcinella, che appare e scompare dal cono di cartone, ha permesso momenti di spensieratezza e ha fatto divertire migliaia di bambini negli anni ’50 e ’60, quando non vi erano ancora questi benedetti giochini elettronici che catturano, incantano e stregano i bambini di oggi


                                                                 Vista frontale            Vista laterale

 

                                                                     

  

 

Calendario | Corsi, seminari e stage | Libri, cd, demo | archivio audiovideo | la chitarra battente | mostra | annunci | la chiazza  | proposte artistiche  | artigiani & hobbisti  | i portatori della tradizione  |  eventi trascorsi | le feste da non perdere | articoli | Cilento | nonSoloMusica | home | in costruzione

 

segnala un evento