www.alfonsotoscano.it la musica degli ignoranti
 

Calendario   |   Corsi, seminari e stage   |   Libri, cd, demo   |   archivio audiovideo   |   la chitarra battente   |   mostra   |   annunci   |   la chiazza    |   proposte artistiche     artigiani & hobbisti    |   i portatori della tradizione    |    eventi trascorsi   |   le feste da non perdere   |   articoli   |   Cilento   | nonSoloMusica   |   home   |   la battente vista da..

 

in questa piazza puoi dire quello che vuoi senza bisogno di registrazione/iscrizione, qui ci si incontra per fare quattro chiacchiere oppure per spaccare il pelo in quattro, come preferisci...

resta inteso che se ti metti a rompere le scatole i tuoi interventi verranno cancellati senza pietà, e questo vale in particolar modo per coloro che scelgono di rimanere anonimi pur usando uno pseudonimo    

 
Torna all'elenco argomenti | Venerdi 15 Novembre 2019

Forum: clicca qui per aprire un nuovo argomento   
Da: Alfonso 
  Tradizione e Folklore
[24-09-2011]  
apro questo topic nella speranza di chiarire una volta per tutte un discorso rispolverato nel topic "girovagando per la rete"

( http://www.alfonsotoscano.it/forum/Subject.asp?S_ID=219&H_ID=36&pageid=2&show=1 )

ossia che:

qualunque gruppo che si esibisca in costume da pseudocameriere si può definire tradizionale SOLO SE CI SI RIFERISCE AL PERIODO FASCISTA, alle cui DIRETTIVE si deve appunto L'ADOZIONE DEL COSTUME per i gruppi popolari,

quindi in questa circostanza l'esatta indicazione riferita al gruppo sarebbe "tradizionale del periodo fascista",

assolutamente altra cosa è quella dei gruppi di suonatori che, svolgendo la medesima attività ed esibendosi in circostanze non scindibili da questa, si ritrovavano "ovviamente" e non per "disposizione di regime" a suonare vestiti allo stesso modo, vedi gli zampognari, che come si può vedere dall'iconografia del secolo scorso per vestirsi allo stesso modo non hanno certo dovuto aspettare le veline (leggi direttive) del ventennio..

questa non è la mia tesi ma è semplicemente la STORIA

sopratutto i più giovani non hanno mai sentito parlare dell' O.N.D - Opera Nazionale Dopolavoro -

questo ente che fu creato dal Regime il 1° marzo 1925 proprio con l'esplicito compito di manipolare le tradizioni per asservirle agli scopi politici, e vi riuscì egregiamente

vi allego qui sotto l'estratto di una tesi in Storia Contemporanea della Dott.ssa Mariarosaria Mazziotti sull'Opera Nazionale Dopolavoro, leggetela con attenzione

questa tesi è riferita al territorio abruzzese ma quello che qui è narrato avveniva in ogni comune, frazione e villaggio d'Italia,

una volta assimilata vi potrà essere utile per imparare a cercare e distinguere nelle odierne forme di spettacolo ciò che è frutto della naturale evoluzione da ciò che è stato inculcato o imposto, insomma ciò che è TRADIZIONE da ciò che è FOLKLORE, ossia manipolazione,

per facilitare la lettura del topic copincollo l'estratto della tesi nel post n. 2

Risposta Condividi


[1]   
Da: Alfonso 
  Re: Tradizione e Folklore
[24-09-2011]  
ecco l'estratto dalla tesi di cui sopra, ho pubblicato anche l'indice per mostrare l'accuratezza del lavoro,

buona lettura:


UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TERAMO

FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE

Tesi di Laurea
di STORIA CONTEMPORANEA

L’OPERA NAZIONALE DOPOLAVORO
IN PROVINCIA DI TERAMO

Laureanda: Relatore:
Mariarosaria Mazziotti Chiar.mo Prof. Guido Crainz
Anno accademico 1995-96

Avvertenze: l'autorizzazione alla libera distribuzione riguarda solo ed esclusivamente la versione elettronica della tesi. I diritti d'autore su ogni altra forma di pubblicazione, anche parziale, della stessa, e in particolare quelli relativi alla versione a stampa, restano di propriety dell'Autore.
Resta dunque vietata, senza esplicita autorizzazione scritta dell'Autore, ogni forma di riproduzione a stampa dei testi.
Il testo in formato elettronico potry essere liberamente distribuito, anche per via telematica e attraverso la rete Internet, purché completo in ogni sua parte e sempre accompagnato dall'indicazione dei dati dell'edizione a stampa e dalle condizioni alle quali ne è consentita la distribuzione.
Nessun provento potry essere ricavato, a nessun titolo, dalla distribuzione della tesi in formato elettronico; non è, infine, autorizzata alcuna modifica, con l'eccezione di quelle eventualmente concordate per iscritto fra Liber Liber e l'Autore.

Indice

Premessa. p. 1

Parte prima

Origini, costituzione, sviluppo e struttura organizzativa
dell’O.N.D.

Capitolo primo
Le varie fasi di sviluppo dell’O.N.D.
1. Introduzione. p. 11
2. Il progetto di Mario Giani: “un’invenzione di ispirazione
americana”. p. 13
3. Dall’Ufficio centrale del Dopolavoro all’Opera Nazionale
Dopolavoro. p. 20
4. Il Partito assume il controllo. p. 25

Capitolo secondo
L’organizzazione tecnico-amministrativa dell’O.N.D.
1. La Direzione centrale. p. 28
2. Gli Uffici esecutivi periferici (Dopolavoro provinciali). p. 31
3. I Dopolavoro comunali. p. 33

Parte seconda
Attività e manifestazioni del Dopolavoro in provincia di Teramo.
Capitolo primo
L’attività relativa agli anni 1927-28.
L’esordio del Dopolavoro in provincia. p. 36
Capitolo secondo
L’attività relativa all’anno 1929 .

1. Introduzione. p. 48
L’inaugurazione delle prime sezioni del Dopolavoro in provincia di Teramo: Notaresco, Nepezzano, Pietracamela.
2. L’assistenza sociale. p. 51
Sconti e altre agevolazioni a favore dei dopolavoristi teramani. L’Ufficio consulenza assistenziale.

3. Cultura popolare “propriamente detta”. p. 53
I cicli di cultura e i corsi di stenografia e di lingue straniere. L’istituzione delle prime “bibliotechine”.

4. Folklore. p. 57

La riesumazione della tradizioni popolari. La “nobile” funzione svolta dalle tradizioni nell’ottica dei dirigenti fascisti. La “manipolazione” delle tradizioni: teorie a confronto. La “Festa del Fiore” e la “Festa dell’Uva”. La celebrazione in Atri della “Festa del Grano e delle Canzoni” e della “Festa del Fiore”.

5. L’educazione artistica. p. 70
La limitata attività in campo artistico. Proiezioni cinematografiche in provincia. La costituzione della “Federazione Provinciale delle Filodrammatiche”.

6. L’attività sportiva. p. 72
Lo sport come elemento predominante nel complesso delle attività
dell’Ond. C.O.N.I. e Ond. Il gioco della “volata”. La rappresentativa del
Dopolavoro provinciale di Teramo al 1° “Concorso nazionale Ginnico
Atletico”.

Capitolo terzo
L’attività relativa all’anno 1930 .

1. Introduzione. p. 80
L’indagine sui Dopolavoro provinciali condotta nel 1930. Il 2° “Congresso provinciale dei Segretari politici dei Fasci”: la malcelata insoddisfazione dei quadri provinciali sull’andamento dell’Opera in provincia. La costituzione di sezioni del Dopolavoro a Civitella del Tronto e Ancarano.
2. Cultura popolare “propriamente detta”. p. 90
La partecipazione del Dopolavoro provinciale di Teramo alla 1^ “Mostra Dopolavoristica di Arte e di Mestieri”.
3. Folklore. p. 93
Il successo riscosso dalla rappresentanza teramana al “Raduno dei Costumi d’Italia”, in occasione delle nozze dell’erede al trono. La “Festa dell’Uva”: riuscito connubio tra riscoperta delle tradizioni e momento utilitaristico. La celebrazione della festa a Teramo. La riesumazione delle feste patronali. I festeggiamenti in onore di Maria SS. delle Grazie, protettrice di Teramo.
4. L’educazione artistica. p. 106
La riorganizzazione del concerto bandistico teramano e degli altri complessi musicali. Le esibizioni a Teramo e provincia: il “rinnovato trionfo della tradizione musicale teramana”. L’inesistente attività nel settore delle filodrammatiche: il rammarico espresso dal direttore della filodrammatica del Dopolavoro di Teramo, Colombo nell’appello lanciato alla cittadinanza su “Il Solco”.
5. L’attività sportiva. p. 112
L’inquadramento sportivo dei dopolavoristi. Le selezioni in
provincia per la partecipazione ai “Campionati crossistici nazionali”. La
sterile attività della Sezione escursionismo in provincia di Teramo: le gite
a Castelli, a Collurania ed al Ceppo.
Capitolo quarto
L’attività relativa all’anno 1931.
1. Introduzione. p. 116

Il “prodigioso sviluppo” dell’Ond nei primi mesi del 1931. La pianificata diffusione dell’Organizzazione nei centri rurali. La stagnazione del numero delle manifestazioni da essa promosse.
2. L’educazione artistica. p. 120
L’esordio in provincia dell’apparecchio radiofonico. La ricostituzione della “Federazione Provinciale delle Filodrammatiche”. Il concerto del coro del Dopolavoro al teatro comunale.
3. Cultura popolare “propriamente detta”. p. 127
I corsi di insegnamento popolare e insegnamento professionale. La “Mostra Provinciale del lavoro artigiano”. Il 2° “Concorso Nazionale Dimostrativo per l’allevamento dei bachi da seta”.
4. Folklore. p. 130
Il “Raduno folkloristico” di Teramo e le prime canzoni dialettali. La
celebrazione del “Centenario Antoniano”. Le feste in onore dei Santi
patroni di Casoli di Atri, Montorio al Vomano e Mutignano. La “Festa
dell’Uva”.
5. L’attività sportiva. p. 139
Il 2° “Campionato nazionale di Corsa campestre”. Il 2° “Campionato nazionale di marcia e tiro”. L’assegnazione dei brevetti. La gita ad Atri.
Capitolo quinto
L’attività relativa agli anni 1932-34 .
p. 145
L’incremento dell’ascolto radiofonico. Il consolidamento
dell’attività filodrammatica in provincia: le creative compagnie del
Dopolavoro di Atri e Colonnella. L’arrivo del “Carro di Tespi” a
Giulianova.
2. Cultura popolare “propriamente detta”. p. 167
I corsi di cultura popolare e professionale e le nuove conferenze. La partecipazione al “Concorso Nazionale Dimostrativo dell’allevamento del baco da seta” di alcuni Dopolavoro comunali della provincia.
3. Folklore. p. 171
L’impulso dell’Ond alle feste patronali: la celebrazione di S. Berardo a Teramo. L’esibizione del coro folcloristico del Dopolavoro di Giulianova a Pescara, in onore dei principi di Savoia.

4. L’attività sportiva. p. 176
Il progressivo incremento dell’attività escursionistica in provincia. La gita a Pola, Fiume, Abbazia e grotte di Postumia.
Capitolo sesto
L’attività relativa agli anni 1935-37 .

1. Introduzione. p. 185
La guerra d’Etiopia, le sanzioni economiche: il Dopolavoro come strumento di mobilitazione delle masse. La “nuova strategia rurale”: l’istituzione dei Dopolavoro rurali in provincia di Teramo.
2. L’educazione artistica. p. 193
Le proiezioni del “Cinesonoro” in provincia. L’attività bandistica e filodrammatica. La terza esibizione del “Carro di Tespi Lirico” a Giulianova.
3. Cultura popolare “propriamente detta” e folklore. p. 199
Il potenziamento delle “bibliotechine”. La mostra di lavori femminili delle dopolavoriste teramane. Il “Concorso provinciale per una novella”: “Il Paganini di Montaprico”, novella di A. Trojani. Le esibizioni in trasferta del “Concerto del Dopolavoro” di Castelli e del “Gruppo popolaresco” di Penna S. Andrea.
4. L’attività sportiva. p. 208
La rivalutazione degli sport prettamente popolari: le bocce, gioco degli “italiani autentici”. I primi campionati provinciali di scherma e nuoto. Il “Campeggio Dopolavoristico” ai Prati di Tivo e il 1° “Campionato Provinciale di marcia e tiro in montagna”.
Capitolo settimo.
1931-1937: dati a confronto. p. 214
Fonti e Bibliografia. p. 219


----------------------------------------------------------

4. Folklore.

La riesumazione della tradizioni popolari.

La “nobile” funzione svolta dalle tradizioni nell’ottica dei dirigenti fascisti. La “manipolazione” delle tradizioni: teorie a confronto. La “Festa del Fiore” e la “Festa dell’Uva”. La celebrazione in Atri della “Festa del Grano e delle Canzoni” e della “Festa del Fiore”.
A partire dal 1929, i dirigenti dell’Ond cominciarono a dedicare le loro energie alla riesumazione e, più spesso, reinvenzione di quelle tradizioni popolari che, relegate dallo stato liberale in un ruolo marginale, a poco a poco, con il diffondersi dell’alfabetismo, dell’urbanizzazione e delle migliorate comunicazioni, stavano scomparendo.88

Il direttore generale dell’Ond, Enrico Beretta, sosteneva che le tradizioni, “frutto dell’intimo sentimento del popolo che le creò e le conservò nella loro viva essenza, espressioni della potenza creativa del sentimento collettivo del popolo e della sua immaginazione” erano “le vie certe e sicure per poter giungere alle grandi masse che compongono il popolo, onde elevarle e migliorarle intellettualmente”.89
Quindi, come precisò anche il nazionalista Emilio Bodrero, presidente della Commissione nazionale per le tradizioni popolari, la ripresa delle feste non era un aspetto della mania festaiola degli italiani, ma svolgeva


88 Cfr. O.N.D. Bollettino Ufficiale, n. 9, novembre 1929. Nel 1929 Beretta, direttore generale dell’Ond, annunciò per la prima volta il cosiddetto “ritorno alle tradizioni”.
89 E. Beretta, in O.N.D. Realizzazioni e sviluppo, cit., p. 97.

un’importante funzione pedagogica perché faceva rivivere gerarchie e valori passati, distogliendo l’operaio dalla fissazione del guadagno economico.90
Lo svolgimento collettivo e le forme rituali delle feste riportate in vita avrebbero, infatti, avuto un effetto morale “abituando il popolo all’ordine, alla disciplina, alla tolleranza della fatica, al vigore del corpo, all’energia dello spirito per garantirlo dall’ozio sempre seguito dalla noia, dalla frivolezza e dal vizio”.91
Il folklore era visto, in sostanza, come il portatore di valori premoderni fondati sulla gerarchia e, in quanto tali, ritenuti adatti a rafforzare la stability della compagine sociale.92
Attraverso il folklore, l’Ond cercava di liberare l’operaio dalla sua “ossessione” riguardo alla differenza tra ricchi e poveri. Una volta venuto a conoscenza “dei tesori naturali e schietti dell’arte popolare”, nonché delle “innumerevoli ed affascinanti usanze locali”, l’uomo comune avrebbe


90 Cfr. E. Bodrero, Prefazione in Opera Nazionale Dopolavoro. Costumi, danze, musica, Roma, 1935, p. 11-12.
91 Cfr. E. Beretta, Relazione presentata al 2° “Congresso internazionale per le arti popolari”, Anversa, settembre 1930, in Opera Nazionale Dopolavoro. Costumi, danze, musica, cit., p. 103.
92 Cfr. S. Cavazza, Feste popolari durante il fascismo, in “Il tempo libero nell’Italia unita”, a cura di F. Tarozzi e A. Varni, Bologna, Ed. Clueb, 1992.


“riconosciuto di possedere qualcosa che i ricchi non avevano”.93
Nelle intenzioni dei dirigenti dell’Ond la riscoperta delle tradizioni, delle feste, dei costumi, delle musiche e delle danze popolari non aveva come unico scopo quello di fungere da antidoto alle coercizioni della vita moderna, o di concedere alle masse un’illusione di liberty per compensare una effettiva perdita di autonomia. Esisteva, infatti, un’altra fondamentale ragione per la quale l’Ond ripristinò questo insieme di consuetudini locali, ossia la volonty di suscitare nelle masse il senso profondo, sia pure inconsapevole, dell’orgoglio di un’antichissima storia di appartenenza alla razza italiana.
Trovò, dunque, un terreno fertile nel regime fascista italiano, così come negli altri regimi reazionari europei,94 la tendenza a manipolare dall’alto costumi e tradizioni per fini squisitamente politici. Un atteggiamento dei gruppi dominanti che Eric J. Hobsbawm, nel suo saggio sulla genesi delle tradizioni, ritiene sia fiorito con particolare assiduity nei trenta, quarant’anni precedenti la prima guerra mondiale, in seguito alle trasformazioni sociali



93 Così E. Beretta, Relazione, cit., p. 103.
94 In proposito Cavazza (Feste popolari durante il fascismo, cit., p. 101) ci ricorda che l’Organizzazione dopolavoristica nazista (Kraft Durch Freude) elaborò un programma di riesumazione di feste ed usanze, istituendo un apposito dipartimento (Volkstum und Heimat), e che lo sviluppo del folklore fu favorito anche nella Francia petainista.



innescate dal processo di industrializzazione ed alla costituzione di nuove entity nazionali in cerca di legittimazione.95
L’opinione di Hobsbawm trova conferma anche in Burke, secondo il quale “fu nell’alveo del Romanticismo che l’interesse per i costumi popolari trovò solide basi come ricerca delle radici da parte di quei movimenti che stavano costituendo la propria identity nazionale”.96 Ma Stefano Cavazza osserva che nell’Ottocento, accanto all’aspetto descritto da Burke, la scoperta del folklore era stata anche la conseguenza della ricerca romantica di un’arte spontanea e naturale. L’avvento delle prime produzioni di massa e le modifiche all’ambiente rurale, causate dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione, avevano infatti prodotto correnti culturali e gruppi che si opponevano a queste tendenze della society moderna.97
Invece, sostiene Giovanni Galli, “durante il fascismo le feste furono riprese non a titolo di curiosity storica o folklorica, ma furono utilizzate esclusivamente per promuovere sentimenti patriottici e spirito autarchico”. Il loro successo veniva presentato come “una istintiva ribellione dopolavoristica all’esotismo e alle trovate straniere, in difesa dell’originality



95 Cfr. E.J. Hobsbawm - E. Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987.
96 P. Burke, Cultura popolare nell’Europa moderna, Milano, 1978.
97 Cfr. S. Cavazza, Feste popolari durante il fascismo, cit., p. 99 ss.



italiana”.98
Nel XIX secolo, secondo questa interpretazione, accanto all’“invenzione” praticata dai gruppi dominanti, che Haubsbawm definisce “politica”, esisteva anche un tipo di “invenzione sociale”, promossa cioè da gruppi non organizzati, che avevano in comune l’interesse per l’arte popolare e il folklore, in quanto percepiti come manifestazioni di spontaneity, in contrapposizione all’artificiosity dell’arte coeva ed alla scadente quality estetica delle produzioni industriali di massa. Durante il fascismo, invece, la “invenzione” della tradizione si inserisce in un progetto culturale “di regime”.
Per di più, negli anni Venti, essendo il nostro paese ancora sostanzialmente privo di tradizioni, usi e costumi nazionali, il “locale” -come ha notato Vittoria De Grazia- venne a svolgere la funzione di surrogato di una cultura nazionale. Nonostante fosse poco probabile che l’identificazione popolare con lo stato, la nazione o con la razza sarebbe stata incoraggiata da un ritorno alle tradizioni, basato su distinzioni regionali o locali, tuttavia “il credere nella superiority della propria razza a livello regionale, purificato da qualsiasi significato politico tradizionale e promosso mediante il ritorno alle



98 G. Galli, Un’organizzazione ausiliaria del Partito Nazionale Fascista: l’O.N.D. in Provincia di Arezzo, in “Studi Storici”, n. 3, 1973, p. 805.



tradizioni, offriva al regime un sostituto alquanto accettabile di fedelty nazionale immensamente preferibile all’identificazione di classe, ovvero a ciò che Bodrero rifiutava qualificandolo il pernicioso particolarismo che ci avrebbe ricondotti in breve all’Italia del 1815”.99
Vi era qui, a ben vedere, una contraddizione nell’ideologia del regime: agli occhi di molti nazionalisti, infatti, il regionalismo era collegato alle divisioni che avevano ostacolato il Risorgimento ed anche sinonimo dei programmi democratici federalisti appartenenti al periodo posteriore all’unificazione e delle proposte riguardo alla decentralizzazione, avanzate nel dopoguerra dai socialisti e dai popolari. Per questa ragione, Bodrero tenne a precisare, in più occasioni, che il fascismo “non aveva intenzione di evocare di nuovo o di dare impulso ad un regionalismo di tal fatta”,100 e che esso “non vuol più che si parli in Italia di regioni perché il regionalismo è stato una delle piaghe della nostra storia. Non è dunque regionalismo quello che si vuole rievocare e fomentare quando si coltivano le nostre arti popolari, ma la spontanea geniality artistica universa del nostro popolo e la



99 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa, cit., p. 247.
100 E. Bodrero, in “Gente nostra”, 8-12 gennaio 1930; Id., in Opera Nazionale Dopolavoro. Costumi, danze, musica, cit., pp. 255-258.



sua sincera tradizione di bellezza”.101
Lo stesso Mussolini, in occasione dell’inaugurazione della “Mostra d’Arte Pugliese” espresse la sua opinione in proposito, paragonando l’Italia con le sue regioni ad una orchestra: “poiché s’è fatto cenno al regionalismo, dichiaro che non vagheggio un livellamento delle Regioni che sarebbe innaturale, perché geografia e storia non sono un’invenzione. Ogni Regione ha le sue caratteristiche e le sue particolari condizioni geografiche. Come nelle orchestre le tenui voci dei violini e quelle laceranti degli ottoni si uniscono formando un’unica armonia, così le particolari fisionomie e le attitudini delle singole Regioni debbono fondersi nella insuperabile armonia dell’unity nazionale”.102
Al fine di risolvere questo evidente contrasto tra l’orientamento fondamentalmente nazionale del regime fascista ed il carattere prettamente



101 E. Bodrero, Prefazione, in Costumi d’Italia, di E. Calderini, citato in Opera Nazionale Dopolavoro. Costumi, danze, musica, cit., pp. 294-295.
102 B. Mussolini, dal Discorso per l’inaugurazione della “Mostra d’Arte Pugliese”, Opera Nazionale Dopolavoro. Costumi, danze, musica, cit., p. 123. L’esempio dell’orchestra era giy stato utilizzato da Mussolini il 10 ottobre 1928, in occasione del discorso sui problemi e sul ruolo della stampa tenuto a palazzo Chigi, dinanzi a settanta direttori di quotidiani. Nell’intento di screditare le accuse sulla poca liberty di stampa, egli tirò fuori il paragone musicale: “Io considero il giornalismo italiano fascista come un’orchestra. Il ‘la’ è comune. Ma, dato il ‘la’, c’è la diversity degli strumenti, la diversity dei




locale e regionale delle manifestazioni riportate in auge, “gli etnografi fascisti e gli organizzatori culturali cercavano di estrarre dalla miriade di consuetudini locali qualche sottinteso nazionale o seminazionale: il senso estetico popolare esibito nei costumi, il fervore religioso delle ricorrenze dei santi patroni, il presepio apertamente contrapposto all’albero di Natale dei barbari nordici, la celebrazione dell’Epifania nazionalizzata in veste di Befana fascista”.103
Oltre a ciò, una serie di manifestazioni nazionali (come, ad es. la “Befana Fascista”, il “Matrimonio del Principe ereditario” e la “Festa dell’Uva”) vennero plasmate al fine di scavalcare la diversity delle usanze regionali.

È doveroso, infine, ricordare che l’arte “popolaresca”, con le sue manifestazioni, piccole o grandi che fossero, assunse un’importanza particolare in seno all’Ond, anche perché costituiva uno strumento di consenso e di propaganda politica non indifferente.
Infatti, come ha osservato Giambattista, “durante le feste, i “messaggi” scivolavano facilmente, dissimulati fra le pieghe dei festeggiamenti, senza creare quel clima di diffidenza e noia che in genere produce la propaganda
temperamenti e degli artisti”: cfr. P. Murialdi, La stampa del regime fascista, Roma-Bari, Laterza, 1986, pp. 59-60.


103 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa, cit., p. 247.


diretta”.104
Teramo inaugurò la sua attività nell’ambito dell’arte popolare nel giugno del ’29, con la “Festa del Fiore”. Questa, nell’intenzione del Direttorio provinciale, doveva essere la prima di quattro sagre stagionali, dedicate ognuna al fiore, al mare, all’uva ed alla neve; di fatto essa fu poi seguita, per quell’anno, dalla sola “Festa dell’Uva”.
L’articolo che ne annuncia l’imminente celebrazione è firmato con una sigla: “Falc.”; probabilmente il suo autore fu il prof. Pompeo Falcone, direttore tecnico per la cultura popolare. Perfettamente in linea con le posizioni dei dirigenti dell’Ond, a livello centrale, esso denuncia i pericoli della vita di città, mentre difende le sane virtù naturali:
L’uomo dei tempi nostri, o chiuso nel circolo arido della vita cittadina, o premuto dall’ansia del lavoro quotidiano non pone più mente alla vita rinnovellante della Natura, non ritrova con semplice gioia tutto se stesso nella vicenda di vita e di aspetti della terra. Occorre riannodare il vincolo spezzato, ripristinare quel senso di purezza e di spontaneità, senza del quale la vita vissuta diventa affanno, penitenza obbligata, ferocia d’interessi scatenati. È assurdo che sul nostro capo si volgano le costellazioni e che l’occhio non abbia per esse uno sguardo, che il tempo che passa o che fa si apprenda dalla monotonia cartacea di un almanacco. Molti di noi ricordano il senso di viva partecipazione al cangiar multiforme del mondo naturale che



104 M. Giambattista, Il tempo libero del Duce, in “Historia”, n. 435, maggio 1994, p. 56.



fu schietta letizia della nostra fanciullezza: né ci sa il cuore di credere che quell’ingenua aspettazione manchi alla sensibilità sbocciante dei fanciulli d’oggi. Ma in noi volgenti o già venuti a maturità la vita si è fatta meccanismo e schema. Ritorniamo alle fonti.105
In realtà, come ha giustamente osservato Vittoria De Grazia, queste manifestazioni “sebbene evocassero la solidarietà della collettività rurale, denotavano una evidente tendenza consumistica”.106
Le feste, di cui il regime si faceva promotore, non erano dunque soltanto la “fabbrica del consenso”, ma avevano anche un altro scopo che riguardava l’immediato, il contingente.
Così, per quanto riguarda le feste del fiore, del mare e della neve, il fine veniva ad essere quello di promuovere il turismo balneare e montano. La “Festa dell’Uva”, che nel 1930 verrà proclamata festa nazionale ed estesa a tutte le zone di produzione, rientrava invece in quella categoria di manifestazioni che servivano a smaltire un prodotto che altrimenti andava distrutto, con grave danno per gli agricoltori.
Il programma della “Festa del Fiore”, celebrata nella nostra provincia, conteneva tutte le attrattive tipiche dell’epoca: cori abruzzesi e danze campestri, manifestazioni comico-sportive, estrazioni di lotterie



105 P. Falcone (?), La Festa del Fiore, in “Il Solco”, 19 maggio 1929, p. 1.



gastronomiche. La riuscita della manifestazione viene, successivamente, definita “magnifica”: il 9 giugno, infatti, “ben mille persone di tutti i ceti lavoratori unite in una unica fede” convennero “in perfetto ordine” alle grotte S. Angelo, alle gole del Salinello e alla fortezza di Civitella del Tronto.107
La “Festa dell’Uva” si svolse invece “sulle ubertose balze” di Cermignano e Penna S. Andrea, il 6 ottobre.
Il biglietto di partecipazione, con diritto al viaggio in autobus andata e ritorno era venduto, presso il Direttorio provinciale, al prezzo di lire 10; ma i dopolavoristi potevano usufruire di una speciale riduzione acquistando la “tessera azzurra” al costo di lire 8.
La prima tappa della manifestazione fu Penna S. Andrea, ove ebbe luogo una “interessantissima rappresentazione folcloristica locale in costume”, denominata “Laccio d’amore”.
Quindi, i gitanti proseguirono a piedi per Cermignano dove ebbero modo di visitare la mostra dell’uva, promossa dai produttori del luogo e di fare “numerosi ed abbondanti assaggi”. In serata furono rallegrati dalle note di una orchestrina e da “bravi e volenterosi” artisti, che misero in scena



106 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa, cit., p. 240.
107 Cfr. Opera Nazionale Dopolavoro. Direttorio Provinciale di Teramo. La Festa del Fiore, in “Il Solco”, 9 giugno 1929; Opera Nazionale Dopolavoro. Direttorio Provinciale di Teramo. La festa del Fiore, in “Il Solco”, 16 giugno, p. 2.



interpretazioni comiche.108
Due manifestazioni simili, ma di minore portata, si svolsero in Atri. Nel mese di agosto, in occasione della mostra agricola, fu celebrata la “Festa del Grano e delle Canzoni”. L’on. dott. Vincenzo Savini, il prof. Arturo Provenzale e il cav. uff. dott. Giacinto Arlini, membri della commissione, si procedettero alla premiazione dei vincitori della mostra, assegnando tre medaglie d’oro, quattro medaglie d’argento e altrettante di bronzo. Nel pomeriggio, digerito il rinfresco servito nei locali della “Magnifica Scuola Secondaria di Avviamento al Lavoro”, il corteo delle autorità si recò sul piazzale del Belvedere, ove ebbe luogo la sfilata dei carri folcloristici e l’audizione delle canzoni abruzzesi del maestro Antonio Di Jorio, cantate dai cori di Atri e di Casoli “in costume della regione”. La cerimonia si chiuse con l’esibizione della “rinomata” “Banda della Milizia” di Introdacqua.109
Nel mese di ottobre si celebrò, invece, una “Festa del Fiore” fuori stagione, a favore del Comitato provinciale antitubercolare. Sede della manifestazione fu il teatro comunale, dove la Compagnia filodrammatica del Dopolavoro rappresentò una commedia di Ugo Falena, “L’ultimo Lord”, staccandosi quindi dal solito repertorio dialettale. Nell’intervallo dello



108 La festa dell’Uva, in “Il Solco”, 29 febbraio 1929, p. 1.




spettacolo, prestò inoltre servizio l’orchestrina atriana diretta dal maestro Antonio Di Jorio e furono cantate canzoni dialettali; “molto ammirata per la dolcezza e per la chiarezza della voce la signorina Graziosa Di Jorio”. La serata fruttò alla “benefica istituzione” oltre mille lire in donazioni.110



109 Dalla Provincia. La Festa del Grano e delle Canzoni in Atri, in “Il Solco”, 11 agosto 1929, p. 2.
110 Importanti manifestazioni provinciali per l’inaugurazione di opere pubbliche. da Atri. La festa del fiore, in “Il Solco”, 3 novembre 1929, p. 2.


fine "folklore"



Risposta Condividi


[2]   
Da: Nicola 
  Re: Tradizione e Folklore
[24-09-2011]  
Se ricordo bene sul sito dell'istituto LUCE dovrebbe esserci anche qualche video dell'epoca dove fa vedere cos'era questa sfilata, sarebbe interessate darci un'occhiata.

Risposta Condividi


[3]   
Da: Quirino 
(Roma - Portuense)
  Re: Tradizione e Folklore
[26-09-2011]  
Penso che un argomento del genere non possa essere affrontato in maniera tranchant ma tramite una visione dialettica dei processi, metodo che più si adatta a un discorso scentifico.
La storia è storia, e ciò che è successo non lo si cambia purtroppo. Il regime fascista (o meglio la sovrastruttura politica che il capitalismo italiano aveva in quel periodo) influenzò solo in superficie la cultura delle classi subalterne, in quanto i processi di omogeneizzazione ed appiattimento dei diversi aspetti culturali presenti nella penisola viaggiavano su binari loro inarrestabili, dovuti all'esigenza del capitalismo di unificazione statale ed uniformazione della produzione economica, processo che va ancora avanti oggi infatti e che è sotto gli occhi di tutti. Quel che ci lasciò il fascismo (ma ci ha lasciato purtroppo lasciti molto peggiori di cui scontiamo ancora oggi molte cose) vu appunto quella patina forzata e un po patetica nel campo delle tradizioni popolari, di uniformità a un presunto costume nazionale italico. Questo accadde perchè, da una parte il mondo contadino era in via di disgregazione e dall'altra la classe operaia aìveva preso sonore batoste. Inotre da sempre le classi popolari sono "spugne" assorbono molte cose, le riciclano e le fanno proprie inconsapevolmente. Molto sarebbe stato distrutto comuqnue dal capitalismo e paradossalmente i gruppi folkloristici degli anni '60 hanno permesso inconsapevolmente di salvare molte cose. Quindi le cose sono molto più complesse e sfaccettate, secondo me ogni situazione va valutata caso per caso.

Risposta Condividi


[4]   
Da: Alessandro 
(Lanciano - Chieti)
  Re: Tradizione e Folklore
[26-09-2011]  
Tutto molto interessante. Provo a dire la mia.
E' l'abito che fa il monaco? - Mi risulta un po' difficile capire l'indulgenza di Alfonso verso chi si veste da "zampognaro" per racimolare legittimamente qualche soldo e la censura verso i costumi di scena di questi miei simpatici corregionali. Vogliamo forse negare che i rispettivi contesti sociali originali sono DEFINITIVAMENTE e IRRIMEDIABILMENTE SCOMPARSI? Credo che l'abbigliamento, in questi casi, risponda ad esigenze forzatamente scenografiche; per cui il senso comune vuole che uno zampognaro in jeans non sia un vero zampognaro e un gruppo folk abruzzese debba per forza vestirsi come nelle "maggiolate".
Per chi non ha dimestichezza con la storia delle tradizioni popolari abruzzesi, ricordo che da noi il fenomeno di appropriazione delle forme musicali tradizionali da parte di una classe di musicisti colti nei secoli scorsi ha inferto colpi mortali alla conservazione e al perpetuarsi di tale patrimonio. Gran parte del repertorio che i gruppi di riproposta eseguono è in realtà di origine borghese. I temibili cori folkloristici e, appunto, le maggiolate ne sono la riprova.
Il costumino "da cameriere" viene da lì…ma perché prendersela tanto? Cerchiamo di ascoltare il gruppo incriminato in altri contesti e in altri brani e traiamo le nostre conclusioni su quello che in fin dei conti è la cosa più importante: la loro musica.
Alessandro

Risposta Condividi


[5]   
Da: Alfonso 
  Re: Tradizione e Folklore
[26-09-2011]  
Caro Alessandro,

la mia indulgenza è la stessa sia per gli zampognari (di oggi) che si vestono da zampognari, sia per i Sandandonjire (di oggi) che si vestono con i costumi da pseudo-cameriere, sia per coloro che cercano di avvalorare la loro ipotesi cercando di minare la credibilità altrui: nessuna.

Ribadito questo, nessuno ti autorizza a pensare che io possa avere indulgenza per questa o quella categoria, farlo significa insinuare che la mia opinione possa essere di parte e mettere così in dubbio la mia credibilità,

ti invito quindi a confutare le opinioni criticando le medesime e non chi le sostiene,

per quanto riguarda poi il “prendersela tanto” lascia che io lo faccia: non se ne può più di assistere a pietosi spettacoli che si cerca di far passare per momenti tradizionali, e l’unica soluzione è quella che vado predicando da tempo:

chiunque faccia quello che vuole e quello che crede, ma quando c’è di mezzo la tradizione bisogna andarci con i piedi di piombo perché gli equivoci che si creano sono enormi e quindi occorre tentare di fare chiarezza,

per questo motivo da tempo predico che chiunque si costituisca in “gruppo popolare” poiché “scherza” con la tradizione, che è un bene COMUNE e PREZIOSO, dovrebbe sentire la necessità di, prima e dopo ogni esibizione ed in forma sia orale che scritta, dedicare una parte del tempo a chiarire quello che si sta facendo in modo da evitare equivoci.

Nello specifico se il gruppo di cui stiamo parlando in altri contesti esegue abitualmente brani più “seri” e certamente tradizionali come la "questua", l’ideale sarebbe che scegliesse di fare solo l’una o l’altra cosa, appunto per non ingenerare equivoci, oppure potrebbe fare sia questa che quella ma diversificando le esibizioni, evitando di mischiare folklore di origine fascista e tradizione di origine popolare in una unica ‘nzalata,

magari anche solo rinunciando al costumetto durante la questua..

se poi si guarda solo ad intascarsi le 100 euro di rimborso spese è un altro conto, basta dirlo, allora mi sembra lecito che non si guardi in faccia a nessuno, ma se poco poco si ventila che ci si tiene alla tradizione ed alla propria cultura allora è bene che quel gruppo di cui stiamo accidentalmente parlando faccia "outing" e prenda qualche provvedimento..

Risposta Condividi


[6]   
Da: Quirino 
(Roma - Portuense)
  Re: Tradizione e Folklore
[26-09-2011]  
La realtà purtroppo non è fatta di compartimenti stagni. Con il mio gruppo abbiamo sempre fatto resistenza a questa cosa dei costumi ma non è facile purrtoppo e conosco tanti suonatori che preferiscono lasciare correre per tutta una serie di questioni contingenti (che non riguardano solo il vil denaro) pur condividendone i principi. Ripeto, secondo me bisogna vedere sempre bene il caso singolo; anche sull'uso di alcune melodie e motivi, in alcune zone alcune cose di carattere diciamo più "nazionale", sono diventate di uso consueto col tempo....inoltre non sempre è facile distinguere una melodia frutto di un indipendente scambio tra comunità dalla forzata acquisizione di canali imposti dall'alto....rivenendo ai costumi, non ci sono solo quelli dei gruppi folkloristici, sempre più in giro si vedono teorie di danzatori in costumi dai sgargianti colori in raso, molto peggio di abiti folkloritici, in alcuni casi ricostruiti in maniera molto più filologica.

Risposta Condividi


[7]   
Da: Alfonso 
  Re: Tradizione e Folklore
[26-09-2011]  
per me invece è fatta di comportamenti stagni: se non lo si fa per esibizionismo/divertimento o soldi allora lo si fa per intenti più nobili, non c'è una via di mezzo,

se lo si fa per esibizionismo-divertimento-soldi ripeto: ogni compromesso è lecito, se altrimenti lo si fa per intenti nobili non c'è alcun motivo di scendere a compromessi e non vedo nessuna difficoltà se non quella che deriva dal fatto di farsi molti nemici..

per quanto riguarda la difficoltà di distinguere una cosa dall'altra sono assolutamente consapevole, ma questo non metterebbe a tacere la mia coscienza e quindi continuo nel mio intento (sia pure maldestro e limitato ai miei scarsi mezzi anche cognitivi) di chiarire un pò le cose o almeno di insinuare il tarlo del dubbio su quello che si fa

per inciso ciò ha un costo, per esempio (come sanno alcuni amici..) fra le altre cose mi sono rifiutato di fornire "strumenti" a zampognari che hanno manifestato la volontà di usarli in "costume" ed in situazioni non canoniche, se tutti coloro che dicono di tenere alla tradizione agissero in questo senso più di qualcuno comincerebbe finalmente a porsi delle domande no ? o dobbiamo rassegnarci a che tutto venga risucchiato nel vortice del taranta power ?

Risposta Condividi


[8]   
Da: marco 
(Subbiacu)
  Re: Tradizione e Folklore
[27-09-2011]  
Una volta, chiaccherando con Fernando Aceto, pastore e bravo suonatore nonché uno degli pochi costruttori del Lazio di ance di canna per zampogna ( e che ance!!), gli chiesi a che età aveva cominciato a suonare le novene, mi rispose che aveva cominciato all' età di undici anni, accompagnando il padre con la ciaramella, poi aggiunse:" sai perchè me lo ricordo bene?, Perché quell' anno con i soldi guadagnati poterono comprarmi il mio primo paio di scarpe e così lasciai finalmente a casa quelle maledette cioce!".
Infatti se andiamo ad analizzare bene il fenomeno dell'uso dei " costumi" nell'ambito delle esecuzioni di musica tradizionale ( specie quelle natalizie , con zampogna), ci si accorge immediatamente che la presenza di suonatori in costume, è, al contrario di quello che si vuole far credere, proprio indice di decadenza, o peggio di " invenzione" della tradizione che si vorrebbe così mostrare " integra" e viva. In realtà una tradizione è viva se è ancora contestualizzata nella realtà quotidiana, invece l'uso di costumi e pagliacciate varie non è altro che la testimonianza del fatto che si ritengono certe musiche e certi strumenti degni di esistere solo se incastonati in una visione " museale" e bucolica.
Buone sonate.
marco

Risposta Condividi


[9]   
Da: zammarelli 
  Re: Tradizione e Folklore
[27-09-2011]  
la mia idea riguardo questo argomento è che per esempio nel Cilento (dove la zampogna non è usata solo a natale) le novene si fanno col cappotto o giubbotto e magari un cappello per il freddo. Forse perchè l'occhio dell'ascoltatore va più verso gli strumenti e l'orecchio verso le suonate. Io qui non mi metterei mai il mantello, sarei deriso. Anche a NApoli è così, infatti la gente sa distinguere tra vero e falso suonatore anche dal vestiario. Dato che le novene giù sono ancora molto sentite, è normale che devono essere attualizzate, anche con vestiario moderno. Purtroppo più a Nord dove la tradizione è svanita o si è ridotta a cartolina d'epoque, si ha bisogno della maschera. LA differenza si nota soprattutto nella concezione che hanno per la zampogna, infatti per molti essa è la sacca a cui sono attaccati inutili pezzi di legno. Al contrario al sud la zampogna sono le canne sonore e non importa in fondo se la sacca sia di capra o di wintex. Chiaramente non ho niente da criticare su chi si maschera, in quanto se è un bravo suonatore va bene lo stesso, il problema sono i mascherati che ci torturano le orecchie con strumenti scordati. In fin dei conti è sempre e solo una questione di superficialità, e questo tempo ne è spesso degno rappresentante.

Risposta Condividi


[10]   
Da: Alessandro 
(Lanciano - Chieti)
  Re: Tradizione e Folklore
[27-09-2011]  
Non era mia intenzione dar fuoco alle polveri e credo di essere stato frainteso. Non voglio giustificare chi si veste in modo strano per suonare una saltarella ma cerco sempre di avere una visione un po' più "laica" delle cose.
Condivido pienamente il parere di Marco che, per sua fortuna, vive in una zona dove la tradizione è viva e contestualizzata nel quotidiano ma ci sono enormi zone del paese dove questa si è persa per fenomeni sociali che non è il caso di approfondire in questa sede.
E allora, con l'approssimarsi della scomparsa degli ultimi "portatori della tradizione" che facciamo? Impalliniamo un giovane che suona la zampogna nei presepi viventi solo perché non ha un gregge e magari vive in città in un condominio di dieci piani? Come speriamo che la musica tradizionale possa sopravvivere se alziamo steccati così alti? Sono convinto che la consapevolezza culturale nell'approccio a questa musica possa maturare col tempo e arrivare anche in un secondo momento…l'importante è che si continui a suonarla, in modo corretto ed onesto.
Saluti
Alessandro

Risposta Condividi


[11]   
Da: Alfonso 
  Re: Tradizione e Folklore
[27-09-2011]  
caro Alessandro e cari Tutti, nessun fuoco, nessuna polvere pirica incendiata, lo scopo del forum è proprio questo: scambiarsi opinioni diverse e/o contrastanti in maniera civile, detto questo proseguo:

non è questione di vestirsi in modo strano ma di vestirsi in modo inappropriato, inutile, ridicolo, artificioso, forzato, ingiustificato, tant'è che perfino il tessuto ed il look dei costumi adottati è spesso fuori dall'eventuale contesto: raso, vellutino, simil-loden, pon-pon, fazzoletto rosso e calzettoni bianchi per gli uomini, gonna con orlo al malleolo (con eventuale spacco per gineco-pizzica), corpetto e copricapo, sciarpa-scialletta rosso/nera in funzione di muleta per le donne..

per quanto riguarda il giovane che suona la zampogna nei presepi viventi non lo impalliniamo ma cerchiamo di spiegargli che i "presepi viventi" sono solo un obbrobrio da abolire, rifuggere, contestare,

per quanto riguarda la sopravvivenza della musica di tradizione ho una sola certezza: non è la nostra indulgenza che le permetterà di sopravvivere





Risposta Condividi


[12]   
Da: Quirino 
(Roma - Portuense)
  Re: Tradizione e Folklore
[28-09-2011]  
Io sono in accordo con tutto quello che dite, ma vedo spesso nell'ambiente della cosidetta musica popolare sempre più gente che mangia merda fumante calda e dice pure che è buona e ci si accapiglia pure per averla; non vorrei che poi alla fine ci mettiamo a fare le pulci pure a chi invece cerca di riproporre altro, per questo dico che, a meno che non si superano certi limiti di decenza, cerchiamo prima di capire bene il contesto e la situazione. I santantonari in questione, possono essere criticati per quella situazione vista (o magari per altre) ma nessuno sa se in quel contesto abbiano specificato bene o fatto intendere a chi era presente cosa stesssero facendo.
Magari ci si accapiglia sul santantonaro, poi magari ci si scorda di tutti quelli e quelle che vanno in giro proponendo improbabili balli popolari vestiti mascherati.

Risposta Condividi


[13]   
Da: Alfonso 
  Re: Tradizione e Folklore
[28-09-2011]  
caro Quirino, chi cerca di proporre altro non è oggetto nè delle mie critiche nè della mia attenzione, il mio interesse è attratto solo da chi dice (o dà ad intendere..) che "fa" Tradizione,

detto fra noi sono certo che i sandandonarij in questione non hanno spiegato nulla e me ne dispiaccio, e personamente ti assicuro che finchè posso non lascio correre nulla e specialmente quelli che ci sollazzano con "improbabili balli popolari vestiti mascherati"

ora vi invito a lasciar perdere quella penosa esibizione che ha avuto il merito di farci aprire questa discussione e dedichiamoci ad altri eventi, e non se la prendono abruzzesi e marchigiani se venissero riproposti, è notorio che proprio in queste regioni si è più radicata l'abitudine di spettacolarizzare la tradizione

Risposta Condividi


[14]   
Da: Pino Pontuali 
  Re: Tradizione e Folklore
[28-09-2011]  
Carissimi, qui si sta sicuramente facendo una discussione molto interessante, ma al solo fine di fare una discussione.
E' mia convinzione che nessuno è detentore del "verbo" (compresi etnomusicologi, antropologi, noi comuni mortali. ecc.).
Comunque oggi si faccia musica proveniente o meno dalla tradizione (in mutande, in costume variopinto, vestiti casual, con strumenti originali od elettronici) la si farà sempre fuori contesto e fuori "funzione".
Si andrà a fare una pasquella non più per il beneficio derivante dalla questua, ma solo allo scopo di esibire una rappresentazione teatrale di strada a scopo rievocativo; si cantano stornelli non per comunicare, ma per puro spettacolo; si ballano saltarelli e tarantelle non più finalizzate al rapporto uomo-donna; si usa l'amplificazione ed il palco ponendo gli "artisti" fuori dalla portata della comunità.
Insomma chiunque esegua musica popolare fa una esposizione "museale".
I brani imparati dagli "anziani" e poi suonati da noi, non trasmetteranno lo stesso messaggio del vecchio portatore della tradizione perché il nostro retroterra culturale è fondamentalmente diverso.
Ognuno di noi potrà suonare i brani provenienti dalla tradizione in piena libertà e nel modo che meglio crede purché si usi la massima onestà nello spiegare cosa si sta facendo (e qui sono con Alfonso).
Infine oggi ha sempre meno senso parlare di portatori della tradizione: a chi dovrebbero portarla questa benedetta tradizione se è obsoleta ed ormai inutile nella sua funzione?

Risposta Condividi


[15]   
Da: marco 
(Subbiacu)
  Re: Tradizione e Folklore
[28-09-2011]  
Caro Pino, secondo me andrebbe fatta una dicotomia tra ciò che è tradizione ( viva) e ciò che è uso ( rispettoso o meno) della tradizione nell'ambito di uno SPETTACOLO. Per quanto mi riguarda la tradizione finisce non appena si salgono gli scalini di un palco oppure quando si usano microfoni ed amplificatori, ma questo non significa che non si possa fare un uso rispettoso e onesto del nostro patrimonio musicale e coreutico. Basta essere intellettualmente onesti e dichiarare con chiarezza agli astanti cosa si va a fare. Invece c'è molta gente che ingrassa sull'equivoco e sul non detto. Per quanto riguarda invece la "tradizione" non sono affatto d'accordo con te nel concetto di musealizzazione, infatti secondo me questa contraddizione esiste solo nel caso in cui l' apprendimento di questi repertori sia frutto di quel movimento di appropriazione che ha coinvolto persone di provenienza "urbana", ovvero molto lontane per esperienze di vita dal mondo in cui questi repertori sono nati e si sono sviluppati. Con questo non voglio dire che al giorno d'oggi solo per il fatto di vivere in zone " agricole" si possa mettersi su un qualsiasi piedistallo ( anzi conosco molti miei compaesani che sono veri esempi di totale perdita di qualsiasi identità culturale, forse più di certi " cittadini") però per farti un esempio, quando mi stavano spiegando una certa sonata e mi dicevano di fare un movimento della mano come quello che si fa per mungere, io quel movimento ce l' avevo presente, uno che non ha mai munto una capra no. Se con gli amici si fa festa perchè è stato ammazzato il maiale e si canta, mangia, suona fino all' alba, Se mi vengono a chiedere di fare una serenata con la zampogna ad una ragazza che il giorno dopo si sposa, se si va a suonare alla SS. Trinità, se ci si vede tra compari solo per il gusto di farci una cantata e una ballata all'organetto penso ( forse da ignorante) non si possa parlare di cose defunzionalizzate ed inutili.
buone sonate a tutti.
marco

Risposta Condividi