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PICCOLE STORIE DAL FONDO
[09-04-2008]
salve a tutti
essendomi anche io appassionato a questo forum (e su tutti lodo i meriti di Alfonso), vorrei proporre un nuovo e singolare argomento, sperando di non creare disturbo.
PICCOLE STORIE DAL FONDO
cioè brevi storie sentite, raccolte, immaginate sul tema della musica tradizionale da scambiarci e raccogliere per poi pubblicarle in una selezione sul sito come prodotto gratuito in onore nostro e dei nostri avi.
Proporrei a tutti di scrivere liberamente e col cuore.
inizierei io con un aneddoto fornitomi a Caserta.
"alla fine della seconda guerra pare che un reduce di Caserta vecchia, che un tempo si chiamava Casairta, dopo essersi fatto a piedi parte dell'Europa dell'est, del nord e poi tutta l'italia giù in discesa, più con i piedi che con le scarpe, arrivò di notte davanti al suo vecchio portone. Affamato, stanco bussò. Quando il figlio aprì la porta vide che il padre non entrava e gesticolava, incurante della gioia di essere tornato e di aver ritrovato la famiglia, urlò nella notte: - forza andiamo a Santa Maria a vico, da Savinelli a prendere una zampogna perchè ora viene Natale, abbiamo un mese per imparare e dobbiamo mangiare, corri! - fu così che nacque la zampogna a Caserta Vecchia."
Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[16-04-2008]
La racconto in prima persona, digito io, ad imitazione della voce di mia nonna:
" ...E per strada, sotto casa, non passano solo i venditori di gelati o di tappeti per il bagno... quando ero piccola io passava uno col vino e gridava -vinoooooooo!!!! vino buonoooooooo!!! un tu scordi 'u me vinooooooo!!!- .
Allora passò il venditore di ombrelli. (ndr: "ombrello" in siciliano si dice "paracqua")
...E il venditore di ombrelli -Paracquaaaaaaaaa!!!! Paracquaaaaaaa!!!-
...E il venditore di vino -cornuto quest'altro! perchè non si fa i fatti suoi?-
I due venditori si azzuffarono.
L'ho spiegata male io? o si capisce? non so se è troppo sottile....
Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[16-04-2008]
E ora una in versione "racconto", anche se il favara la propose in forma musicale, esiste pure così:
La Liggenna du Friscalettu
'Na vota dici chi c'era 'u Re, c'havia feudu, terri, avia un figghiu e na figghia, un masculu e na fimmina.
E stu Re ci dissi a li figghi: "Cu mi trova la pinna di pru ci dugnu lu regnu, o a unu o all'avutru".
U frati e la soru si misiru in giru a circari sta pinna di pru!
'A truvò 'a fimmina sta pinna di pru!
Firriannu firriannu attruvò lu frati; lu frati si pigghiau di collera pi sta so soru chi pigghiò sta pinna.
Caminnannu caminnannu chi sinni stavanu jennu a la casa, arrivannu a lu ciumi l'ammazzau a sta so soru e la ittau 'nta lu ciumi e 'nta lu ciumi morse.
Dopu tantu tempu c'era un picuraru, un pasturi chi pasturava li pecuri, e sinni iu dda e c'era un cannitu, e pigghiau 'na canna, la cchiù beddha, e ci fici un friscalettu.
Lu friscalettu comu si lu misi 'mmucca ci sunava sta sunata: "Picurareddu chi 'mmucca mi teni iu sugnu figghia di Re cavaleri e pi pigghiari la pinna di pru me frati Peppi lu scelleratu fu".
Lu pecuraru si scantau! dici: "talè" pigghia lu friscalettu in manu e prova n'atra vota: "Picurareddu chi 'mmucca mi teni iu sugnu figghia di Re cavaleri e pi pigghiari la pinna di pru me frati Peppi lu scelleratu fu".
Allura lu picuraru pigghiò lu friscalettu, si misi a cavaddu, e gghiu 'nno Re.
Lu Re nun ci vulìa cridiri, pigghiò lu friscalettu nne manu e si misi a sunari; ora ci cantava differente 'u friscaslettu e ci dicìa: "patruzzu mio chi 'mmanu mi teni iu fui iccata nall'acqua i Sireni e pi pigghiari la pinna di pru, me frati Peppi lu scilliratu fu!"
Accussì so patri vinni a sapiri tutta la trama! Poi vittiru iddi 'nzoccu ficiru!
Chista è la liggenna di lu friscalettu, accussì m'a 'nzignaru e accussì la sacciu.
Voglio raccontare un aneddoto accaduto nel mio paese (Vivaro Romano - Rm.)
che potremmo intitolarlo con il nome dei due protagonisti. Spero che possa interessare.
Ndondò e za Nocenza
A Vivaro, tra l'inizio del secolo scorso e la prima guerra mondiale, c'era una osteria gestita da Filippu,
soprannominato Ndondò e sua moglie Za Nocenza.
Za Nocenza era, per dirla in termini attuali, l'elemento trainante della famiglia, insomma una donna manager. Molte donne avevano questa caratteristica nei piccoli centri di provincia.
Ndondò era sempliicemente suo marito, il quale, con una certa frequenza, beveva oltre ogni limite perdendo il controllo di se stesso e picchiava Za Nocenza.
Benchè fosse ubriaco riusciva, ogni volta, ad avere il sopravvento sulla moglie, la quale, per il dolore procuratogli dalle botte ricevute, era solita gridare richiamando l'attenzione del vicinato.
Za Nocenza urlava dal gran dolore e gridava spesso AIUTO, AIUTO, AIUTO!!!!!
Ndondò imperturbato continuava a picchiarla e alle richieste di soccorso di Za Nocenza replicava:
On serve! Faccio solu!!!
Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[13-05-2008]
I FRATI DI S:GIOVANNI ROTONDO
una volta se volevi sentire la chitarra battente a SGiovanni rotondo, dovevi andare in campagna, erano nascoste lì e sembravano barche rotte arenate di sbiego a terra. Ma poi quando suonavano...le canzoni non duravano meno di 8 minuti, erano serenate e tarantelle, prima una e poi l'altra.
Era già famoso all'epoca Padre Pio ma quei poveri frati a cui tutto era negato, erano parenti, figli, nipoti di suonatori e di nascosto dal paese e da tutti, dovevano andare in campagna per poter ballare la tarantella, che amavano meno di Gesù ma sempre l'amavano.
Fu in quelle occasioni che pare essere stata scritta una misteriosa tarantella di Padre Pio da molti ricordata, ma nessuno finora osa tramandarla.
Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[07-03-2010]
È il terzo ciclo dalla Chiamata di Ohran. Il treno di lune è già scomparso per due volte nell’arco di cielo che appare dal fondo del cratere di Uhl-aat e il figlio di Arii è quasi pronto. Con molta calma, come sempre, sistema sui lobi la cintura gravitazionale nuova regalatagli per l’occasione dal suo tutore, verifica ancora il suo assesto e si appresta a indossare il Tubasi.
In quell’istante il software che anima le sue sinapsi invia all’interfaccia neuronica il file apposito, e nella sua pseudomemoria iniziano a scorrere le immagini di tanto tempo prima, quando Arii il Vecchio, ancora attivo, gli mostrava con gesti solenni e con compiaciuto orgoglio, come indossare il maestoso Tubasi. Era lo stesso che aveva ricevuto dal suo genitore, uno dei Tubasi più apprezzati, inconfondibile per la brillante porpora dei suoi numerosi ugelli, realizzati all’epoca da un oscuro ma già promettente allievo del noto Mastro del Secondo Colle.
“..ricorda, tu e il tuo strumento dovete essere un tutt’uno, quando sarai fra la folla e inizierai a danzare cercando il vento avvertirai ogni minima vibrazione solo se lo avrai calzato bene, e avrai stretto al punto giusto tutte le cinghie...”. Queste le parole che scorrevano veloci nel suo neuroschermo, e la voce di Arii, dolce e determinata, contribuiva a rafforzare la sua sicurezza e un’ombra di emozione, giusto un’ombra, veniva opportunamente rilasciata dalle celle del suo cuore a protocarbonio, sempre attente alla circostanza.
Il Rito era un momento importante per lui e per tanti altri perché in quella occasione si ripetevano piacevoli esperienze che coinvolgevano le sinapsi, che erano percorse ripetutamente da tracce che rilasciavano piacevoli sensazioni. Era anche una opportunità per incontrare altri individui, sia fedeli convenuti per assistere al Rito che suonatori che vivevano nell’ampia piana del cratere, con i quali scambiare impressioni ed esperienze. In quella occasione poi riceveva con grande gioia la visita della famiglia di Arii, che lo omaggiava con le deliziose ricariche di deutronio, di cui andava ghiotto, e che lo riportavano al tempo in cui viveva dall’altra parte del cratere, oltre la falce formata dal grande lago di silicio.
Una volta aveva anche partecipato al Rito di Nath. Ricordava con emozione quella volta in cui il vecchio annunciò: “ preparati, scaleremo la cima assieme alla prima carovana dirigendoci verso il Nath, e quando il treno di lune sarà passato per due volte sette saremo giunti sul luogo”. Rimase di stucco quando Arii gli disse che non avrebbe portato il suo Tubasi ma fu comunque una bellissima esperienza ed alla fine tornò piacevolmente colpito dalle nuove emozioni e dalle danze a cui non aveva mai assistito.
Era il momento che gli piaceva di più prima del Rito. I micromotori rispondevano ronzando docilmente ai suoi comandi, tirando le cinghie fino al punto in cui avvertiva quella che gli sembrava la giusta pressione, un’operazione che svolgeva ormai con scioltezza conscio della sua esperienza acquisita per le numerose volte che aveva partecipato al Rito, e confortato dai consensi che aveva sempre riscosso dalla folla al termine di ogni danza, consensi che lo avevano tacitamente elevato allo stesso livello degli altri suonatori di Tubasi, benché tutti più anziani di lui.
Tutto era pronto, la parete che aveva davanti si smaterializzò al suo comando e usci dal rifugio avvertendo subito il vociare della folla al di là dell’altissima siepe di rovi, che ben presto si diradò mostrandolo alla folla, che con fare apparentemente indifferente si aprì al suo cospetto allontanandosi alla giusta distanza, in attesa del momento fatidico. Non appena dalla torre il Sacro Corno diede il primo segnale, la folla all’unisono si allontanò dai suonatori formando un vuoto attorno ad ognuno di essi e, volgendo le bocche verso il suonatore più prossimo, rimase in attesa del secondo segnale. Al secondo segnale buona parte dei convenuti innescarono le piccole turbine e una miriade di particelle multicolori scaturirono dalle loro bocche e il vento di plasma iridescente si riversò verso i suonatori, che con gesti ampi e aggraziati iniziarono a danzare. Ed ecco che ogni suonatore, danzando, offriva il proprio Tubasi al vortice di particelle che, insinuandosi attraverso gli ugelli di ogni foggia e dimensione con l’angolazione voluta e ricercata attraverso i movimenti di danza, secondo la perizia di ogni suonatore, produceva quei suoni dolci e rassicuranti tanto apprezzati e attesi.
Al terzo segnale la danza aveva termine e molti spettatori emettevano quelle onde di bassa frequenza che erano chiara manifestazione di comune assenso e apprezzamento, seguite dai commenti personali su questo o quel suonatore. Nel contempo i suonatori rimanevano immobili per alcuni periodi, per simulare la “stanchezza”, una circostanza conseguente ad un lungo periodo di danza tipica dell’era Quarta, quando i loro corpi erano mossi esclusivamente da un sistema a base di aminoacidi.
Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[07-03-2010]
MARZO 2110
In questi giorni, del XXII secolo, sta suscitando notevole interesse la mostra sulle chitarre battenti, esposte alle scuderie del Quirinale.
Ambrogio III, organizzatore di grandi eventi, si dichiara molto soddisfatto.
Al cocktail di apertura, le madrine dell’evento, due vecchie signore del secolo scorso, Gioia e Betsabea, rimesse in sesto dal chirurgo Tiziano III, cercando di ricordare le ballarelle e le pizziche di gioventù, finirono solo col raccontare le storielle del loro primo amore.
All’inaugurazione, oltre alle personalità del mondo politico e religioso, era presente il tycoon e collezionista della capitale Alfonso III, che ha dato grande rilievo all’evento. Su tutti i suoi media non si parla altro che della polemica, nata in seguito alla presentazione di un’anonima chitarra della collezione di Lorenzo III.
La presidentessa, del comitato scientifico della mostra, ha attribuito lo strumento al famoso, liutaio non ancora identificato, Maestro de La Certosa, per l’affinità che corre tra i decori delle sue rosette e la biancheria intima usata a La Certosa. Questa sorta di laico convento era di proprietà di un torbido uomo d’affari, che si spacciava per politico di limpida morale.
In questo cenobio, a quanto sembra, finte novizie praticavano la vera prostituzione con l’anziano finto signore, vero tombeur de femme a pagamento, invisibile agli occhi, pudicamente rivolti altrove, dei benedicenti portatori di zucchetto.
La questione, inizialmente trattata dagli specialisti, ha infiammato presto la gente che sta seguendo a Porta a Porta gli sviluppi della situazione; Bruno Vespa IV ha mostrato il plastico della battente agli sbalorditi telespettatori.
Tra gli invitati, alla popolare trasmissione, era presente anche il vegliardo Pier Filippo, autorità incontrastata nel campo della musica popolare. Stava seduto su una sgangherata sedia a rotelle dal cui bracciolo faceva capolino, malamente mimetizzato, un antico rilevatore laser tridimensionale di probabile provenienza sovietica. Questi zittito più volte dal conduttore, abituato a dar la parola solo a chi lo comanda, riuscì, grazie al focoso temperamento e alla voce potente ad esprimere, all’ottava alta, le opinioni che qui riportiamo.
Il comitato scientifico, che ha definito la chitarra SB (Stupenda Battente ndr), ha preso un grosso abbaglio e capirete perchè.
1. Le rosette in questione non sono assimilabili a quelle de La Certosa, poiché i materiali usati sono poveri, economici e dimostrano le umili origini; tutti sanno che in quell’ambiente sfarzoso, per cercar di trascorrere alcuni momenti in “letizia”, la cura dei dettagli era maniacale.
2. Il disegno tetragono della buca poi, con tutti quegli spigoli, tradisce una visione tecnica da metalmeccanico, ben lontana dalle morbide rotondità della cultura postribolare.
3. Per tagliare comunque la testa al toro è necessario considerare il lato B della battente, rozzamente piatto. Il Maestro de la Certosa mai avrebbe fatto una cosa del genere; è risaputo che là entravano solo battenti con il fondo bombato.
A questo punto direi che questo strumento non può essere attribuito che a un liutaio dilettante dell’area lombarda e deve essere classificato come SB patacca (Simil Battente patacca ndr).
Bruno Vespa IV, contrariato dalla caparbietà dell‘ospite, nel sentire queste sigle di catalogazione perse le staffe e lo bloccò che era quasi al do di petto; strappandogli il microfono di mano, concluse piccato:
“SB, quello vero, l’unico che su questo potrebbe dire la parola definitiva, giace rimpianto nel mausoleo di Arcore; noi confidiamo che il processo di beatificazione si concluda in fretta e così possa essere traslato nella basilica romana di Sant Apollinare, accanto alle spoglie mortali di Renatino De Pedis.”
Per gentile concessione di Porta a Porta, postiamo le foto del plastico della rosetta.
Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[10-03-2010]
Salve a tutti..
Quando me lo ha raccontato ne sono rimasto estremamente affascinato.. ma visto che il sogno e' suo.. lo faccio raccontare a lui..
il sogno di zi' Andrea Pisilli http://www.youtube.com/watch?v=U0sKe2flBTA
Saluti a tutti
Giovanni Amati