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Forum: clicca qui per aprire un nuovo argomento   
Da: gianluca zammarelli 
  PICCOLE STORIE DAL FONDO
[09-04-2008]  
salve a tutti
essendomi anche io appassionato a questo forum (e su tutti lodo i meriti di Alfonso), vorrei proporre un nuovo e singolare argomento, sperando di non creare disturbo.
PICCOLE STORIE DAL FONDO
cioè brevi storie sentite, raccolte, immaginate sul tema della musica tradizionale da scambiarci e raccogliere per poi pubblicarle in una selezione sul sito come prodotto gratuito in onore nostro e dei nostri avi.
Proporrei a tutti di scrivere liberamente e col cuore.
inizierei io con un aneddoto fornitomi a Caserta.

"alla fine della seconda guerra pare che un reduce di Caserta vecchia, che un tempo si chiamava Casairta, dopo essersi fatto a piedi parte dell'Europa dell'est, del nord e poi tutta l'italia giù in discesa, più con i piedi che con le scarpe, arrivò di notte davanti al suo vecchio portone. Affamato, stanco bussò. Quando il figlio aprì la porta vide che il padre non entrava e gesticolava, incurante della gioia di essere tornato e di aver ritrovato la famiglia, urlò nella notte: - forza andiamo a Santa Maria a vico, da Savinelli a prendere una zampogna perchè ora viene Natale, abbiamo un mese per imparare e dobbiamo mangiare, corri! - fu così che nacque la zampogna a Caserta Vecchia."

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[16]   
Da: Michele 
('mPalemmo)
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[16-04-2008]  
La racconto in prima persona, digito io, ad imitazione della voce di mia nonna:

" ...E per strada, sotto casa, non passano solo i venditori di gelati o di tappeti per il bagno... quando ero piccola io passava uno col vino e gridava -vinoooooooo!!!! vino buonoooooooo!!! un tu scordi 'u me vinooooooo!!!- .
Allora passò il venditore di ombrelli. (ndr: "ombrello" in siciliano si dice "paracqua")
...E il venditore di ombrelli -Paracquaaaaaaaaa!!!! Paracquaaaaaaa!!!-
...E il venditore di vino -cornuto quest'altro! perchè non si fa i fatti suoi?-
I due venditori si azzuffarono.

L'ho spiegata male io? o si capisce? non so se è troppo sottile....

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[17]   
Da: Michele 
('mPalemmo)
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[16-04-2008]  
E ora una in versione "racconto", anche se il favara la propose in forma musicale, esiste pure così:

La Liggenna du Friscalettu

'Na vota dici chi c'era 'u Re, c'havia feudu, terri, avia un figghiu e na figghia, un masculu e na fimmina.
E stu Re ci dissi a li figghi: "Cu mi trova la pinna di pru ci dugnu lu regnu, o a unu o all'avutru".
U frati e la soru si misiru in giru a circari sta pinna di pru!
'A truvò 'a fimmina sta pinna di pru!
Firriannu firriannu attruvò lu frati; lu frati si pigghiau di collera pi sta so soru chi pigghiò sta pinna.
Caminnannu caminnannu chi sinni stavanu jennu a la casa, arrivannu a lu ciumi l'ammazzau a sta so soru e la ittau 'nta lu ciumi e 'nta lu ciumi morse.
Dopu tantu tempu c'era un picuraru, un pasturi chi pasturava li pecuri, e sinni iu dda e c'era un cannitu, e pigghiau 'na canna, la cchiù beddha, e ci fici un friscalettu.
Lu friscalettu comu si lu misi 'mmucca ci sunava sta sunata: "Picurareddu chi 'mmucca mi teni iu sugnu figghia di Re cavaleri e pi pigghiari la pinna di pru me frati Peppi lu scelleratu fu".
Lu pecuraru si scantau! dici: "talè" pigghia lu friscalettu in manu e prova n'atra vota: "Picurareddu chi 'mmucca mi teni iu sugnu figghia di Re cavaleri e pi pigghiari la pinna di pru me frati Peppi lu scelleratu fu".
Allura lu picuraru pigghiò lu friscalettu, si misi a cavaddu, e gghiu 'nno Re.
Lu Re nun ci vulìa cridiri, pigghiò lu friscalettu nne manu e si misi a sunari; ora ci cantava differente 'u friscaslettu e ci dicìa: "patruzzu mio chi 'mmanu mi teni iu fui iccata nall'acqua i Sireni e pi pigghiari la pinna di pru, me frati Peppi lu scilliratu fu!"
Accussì so patri vinni a sapiri tutta la trama! Poi vittiru iddi 'nzoccu ficiru!
Chista è la liggenna di lu friscalettu, accussì m'a 'nzignaru e accussì la sacciu.


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[18]   
Da: Peppino di Rosa 
(Vivaro Romano)
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[18-04-2008]  


Voglio raccontare un aneddoto accaduto nel mio paese (Vivaro Romano - Rm.)
che potremmo intitolarlo con il nome dei due protagonisti. Spero che possa interessare.

Ndondò e za Nocenza

A Vivaro, tra l'inizio del secolo scorso e la prima guerra mondiale, c'era una osteria gestita da Filippu,
soprannominato Ndondò e sua moglie Za Nocenza.
Za Nocenza era, per dirla in termini attuali, l'elemento trainante della famiglia, insomma una donna manager. Molte donne avevano questa caratteristica nei piccoli centri di provincia.
Ndondò era sempliicemente suo marito, il quale, con una certa frequenza, beveva oltre ogni limite perdendo il controllo di se stesso e picchiava Za Nocenza.
Benchè fosse ubriaco riusciva, ogni volta, ad avere il sopravvento sulla moglie, la quale, per il dolore procuratogli dalle botte ricevute, era solita gridare richiamando l'attenzione del vicinato.
Za Nocenza urlava dal gran dolore e gridava spesso AIUTO, AIUTO, AIUTO!!!!!
Ndondò imperturbato continuava a picchiarla e alle richieste di soccorso di Za Nocenza replicava:
On serve! Faccio solu!!!

Ciaoooo
PdR



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[19]   
Da: gianluca zammarelli 
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[13-05-2008]  
I FRATI DI S:GIOVANNI ROTONDO

una volta se volevi sentire la chitarra battente a SGiovanni rotondo, dovevi andare in campagna, erano nascoste lì e sembravano barche rotte arenate di sbiego a terra. Ma poi quando suonavano...le canzoni non duravano meno di 8 minuti, erano serenate e tarantelle, prima una e poi l'altra.
Era già famoso all'epoca Padre Pio ma quei poveri frati a cui tutto era negato, erano parenti, figli, nipoti di suonatori e di nascosto dal paese e da tutti, dovevano andare in campagna per poter ballare la tarantella, che amavano meno di Gesù ma sempre l'amavano.
Fu in quelle occasioni che pare essere stata scritta una misteriosa tarantella di Padre Pio da molti ricordata, ma nessuno finora osa tramandarla.

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[20]   
Da: Alfonso 
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[07-03-2010]  
È il terzo ciclo dalla Chiamata di Ohran. Il treno di lune è già scomparso per due volte nell’arco di cielo che appare dal fondo del cratere di Uhl-aat e il figlio di Arii è quasi pronto. Con molta calma, come sempre, sistema sui lobi la cintura gravitazionale nuova regalatagli per l’occasione dal suo tutore, verifica ancora il suo assesto e si appresta a indossare il Tubasi.

In quell’istante il software che anima le sue sinapsi invia all’interfaccia neuronica il file apposito, e nella sua pseudomemoria iniziano a scorrere le immagini di tanto tempo prima, quando Arii il Vecchio, ancora attivo, gli mostrava con gesti solenni e con compiaciuto orgoglio, come indossare il maestoso Tubasi. Era lo stesso che aveva ricevuto dal suo genitore, uno dei Tubasi più apprezzati, inconfondibile per la brillante porpora dei suoi numerosi ugelli, realizzati all’epoca da un oscuro ma già promettente allievo del noto Mastro del Secondo Colle.

“..ricorda, tu e il tuo strumento dovete essere un tutt’uno, quando sarai fra la folla e inizierai a danzare cercando il vento avvertirai ogni minima vibrazione solo se lo avrai calzato bene, e avrai stretto al punto giusto tutte le cinghie...”. Queste le parole che scorrevano veloci nel suo neuroschermo, e la voce di Arii, dolce e determinata, contribuiva a rafforzare la sua sicurezza e un’ombra di emozione, giusto un’ombra, veniva opportunamente rilasciata dalle celle del suo cuore a protocarbonio, sempre attente alla circostanza.

Il Rito era un momento importante per lui e per tanti altri perché in quella occasione si ripetevano piacevoli esperienze che coinvolgevano le sinapsi, che erano percorse ripetutamente da tracce che rilasciavano piacevoli sensazioni. Era anche una opportunità per incontrare altri individui, sia fedeli convenuti per assistere al Rito che suonatori che vivevano nell’ampia piana del cratere, con i quali scambiare impressioni ed esperienze. In quella occasione poi riceveva con grande gioia la visita della famiglia di Arii, che lo omaggiava con le deliziose ricariche di deutronio, di cui andava ghiotto, e che lo riportavano al tempo in cui viveva dall’altra parte del cratere, oltre la falce formata dal grande lago di silicio.

Una volta aveva anche partecipato al Rito di Nath. Ricordava con emozione quella volta in cui il vecchio annunciò: “ preparati, scaleremo la cima assieme alla prima carovana dirigendoci verso il Nath, e quando il treno di lune sarà passato per due volte sette saremo giunti sul luogo”. Rimase di stucco quando Arii gli disse che non avrebbe portato il suo Tubasi ma fu comunque una bellissima esperienza ed alla fine tornò piacevolmente colpito dalle nuove emozioni e dalle danze a cui non aveva mai assistito.

Era il momento che gli piaceva di più prima del Rito. I micromotori rispondevano ronzando docilmente ai suoi comandi, tirando le cinghie fino al punto in cui avvertiva quella che gli sembrava la giusta pressione, un’operazione che svolgeva ormai con scioltezza conscio della sua esperienza acquisita per le numerose volte che aveva partecipato al Rito, e confortato dai consensi che aveva sempre riscosso dalla folla al termine di ogni danza, consensi che lo avevano tacitamente elevato allo stesso livello degli altri suonatori di Tubasi, benché tutti più anziani di lui.

Tutto era pronto, la parete che aveva davanti si smaterializzò al suo comando e usci dal rifugio avvertendo subito il vociare della folla al di là dell’altissima siepe di rovi, che ben presto si diradò mostrandolo alla folla, che con fare apparentemente indifferente si aprì al suo cospetto allontanandosi alla giusta distanza, in attesa del momento fatidico. Non appena dalla torre il Sacro Corno diede il primo segnale, la folla all’unisono si allontanò dai suonatori formando un vuoto attorno ad ognuno di essi e, volgendo le bocche verso il suonatore più prossimo, rimase in attesa del secondo segnale. Al secondo segnale buona parte dei convenuti innescarono le piccole turbine e una miriade di particelle multicolori scaturirono dalle loro bocche e il vento di plasma iridescente si riversò verso i suonatori, che con gesti ampi e aggraziati iniziarono a danzare. Ed ecco che ogni suonatore, danzando, offriva il proprio Tubasi al vortice di particelle che, insinuandosi attraverso gli ugelli di ogni foggia e dimensione con l’angolazione voluta e ricercata attraverso i movimenti di danza, secondo la perizia di ogni suonatore, produceva quei suoni dolci e rassicuranti tanto apprezzati e attesi.

Al terzo segnale la danza aveva termine e molti spettatori emettevano quelle onde di bassa frequenza che erano chiara manifestazione di comune assenso e apprezzamento, seguite dai commenti personali su questo o quel suonatore. Nel contempo i suonatori rimanevano immobili per alcuni periodi, per simulare la “stanchezza”, una circostanza conseguente ad un lungo periodo di danza tipica dell’era Quarta, quando i loro corpi erano mossi esclusivamente da un sistema a base di aminoacidi.


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[21]   
Da: L Pelizzari 
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[07-03-2010]  
MARZO 2110

In questi giorni, del XXII secolo, sta suscitando notevole interesse la mostra sulle chitarre battenti, esposte alle scuderie del Quirinale.
Ambrogio III, organizzatore di grandi eventi, si dichiara molto soddisfatto.
Al cocktail di apertura, le madrine dell’evento, due vecchie signore del secolo scorso, Gioia e Betsabea, rimesse in sesto dal chirurgo Tiziano III, cercando di ricordare le ballarelle e le pizziche di gioventù, finirono solo col raccontare le storielle del loro primo amore.
All’inaugurazione, oltre alle personalità del mondo politico e religioso, era presente il tycoon e collezionista della capitale Alfonso III, che ha dato grande rilievo all’evento. Su tutti i suoi media non si parla altro che della polemica, nata in seguito alla presentazione di un’anonima chitarra della collezione di Lorenzo III.
La presidentessa, del comitato scientifico della mostra, ha attribuito lo strumento al famoso, liutaio non ancora identificato, Maestro de La Certosa, per l’affinità che corre tra i decori delle sue rosette e la biancheria intima usata a La Certosa. Questa sorta di laico convento era di proprietà di un torbido uomo d’affari, che si spacciava per politico di limpida morale.
In questo cenobio, a quanto sembra, finte novizie praticavano la vera prostituzione con l’anziano finto signore, vero tombeur de femme a pagamento, invisibile agli occhi, pudicamente rivolti altrove, dei benedicenti portatori di zucchetto.
La questione, inizialmente trattata dagli specialisti, ha infiammato presto la gente che sta seguendo a Porta a Porta gli sviluppi della situazione; Bruno Vespa IV ha mostrato il plastico della battente agli sbalorditi telespettatori.
Tra gli invitati, alla popolare trasmissione, era presente anche il vegliardo Pier Filippo, autorità incontrastata nel campo della musica popolare. Stava seduto su una sgangherata sedia a rotelle dal cui bracciolo faceva capolino, malamente mimetizzato, un antico rilevatore laser tridimensionale di probabile provenienza sovietica. Questi zittito più volte dal conduttore, abituato a dar la parola solo a chi lo comanda, riuscì, grazie al focoso temperamento e alla voce potente ad esprimere, all’ottava alta, le opinioni che qui riportiamo.

Il comitato scientifico, che ha definito la chitarra SB (Stupenda Battente ndr), ha preso un grosso abbaglio e capirete perchè.
1. Le rosette in questione non sono assimilabili a quelle de La Certosa, poiché i materiali usati sono poveri, economici e dimostrano le umili origini; tutti sanno che in quell’ambiente sfarzoso, per cercar di trascorrere alcuni momenti in “letizia”, la cura dei dettagli era maniacale.
2. Il disegno tetragono della buca poi, con tutti quegli spigoli, tradisce una visione tecnica da metalmeccanico, ben lontana dalle morbide rotondità della cultura postribolare.
3. Per tagliare comunque la testa al toro è necessario considerare il lato B della battente, rozzamente piatto. Il Maestro de la Certosa mai avrebbe fatto una cosa del genere; è risaputo che là entravano solo battenti con il fondo bombato.
A questo punto direi che questo strumento non può essere attribuito che a un liutaio dilettante dell’area lombarda e deve essere classificato come SB patacca (Simil Battente patacca ndr).

Bruno Vespa IV, contrariato dalla caparbietà dell‘ospite, nel sentire queste sigle di catalogazione perse le staffe e lo bloccò che era quasi al do di petto; strappandogli il microfono di mano, concluse piccato:

“SB, quello vero, l’unico che su questo potrebbe dire la parola definitiva, giace rimpianto nel mausoleo di Arcore; noi confidiamo che il processo di beatificazione si concluda in fretta e così possa essere traslato nella basilica romana di Sant Apollinare, accanto alle spoglie mortali di Renatino De Pedis.”

Per gentile concessione di Porta a Porta, postiamo le foto del plastico della rosetta.








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[22]   
Da: Giovanni Amati 
(Montalbano di Fasano (BR))
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[10-03-2010]  
Salve a tutti..
Quando me lo ha raccontato ne sono rimasto estremamente affascinato.. ma visto che il sogno e' suo.. lo faccio raccontare a lui..
il sogno di zi' Andrea Pisilli
http://www.youtube.com/watch?v=U0sKe2flBTA
Saluti a tutti
Giovanni Amati

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[23]   
Da: maura gigliotti 
(cicala)
  Re: Il Mondo di Vercellino
[08-03-2012]  
Ho conosciuto Mondo attraverso le parole ed il suono di Salvatore.

Ho conosciuto la generosita’ di un uomo che attraversa una montagna d’ inverno per portare il suono a chi desiderava ascoltarlo

e ho conosciuto le sue mani annodate come certi ulivi antichi mani da scalpellino che lavoravano la pietra con la stessa leggerezza con cui si posavano sulla tastiera di un organetto.

Ho visto Mondo suonare con il piede poggiato su una sedia e l’ organetto in equilibrio precario sul ginocchio e lui suonava e mentre suonava sorrideva ed io pensavo ma come fa con l’ organetto posato sulle ginocchia che sembra quasi debba cascare da un momento all’ altro ma lui suonava

e suonava

e suonava

e mentre suonava sorrideva e l’ aria si riempiva di note allegre e stizzose e le mani come vespe su quei tasti quelle mani che lavoravano la pietra.
Salvatore mi ha mostrato Mondo attraverso i suoi occhi

a volte tristi il piu’ delle volte pensierosi

e mi ha dato molto in questo tempo che e’ la nostra amicizia

e’cosi’ raro il non aver bisogno di parole.

Mi ricordo la prima volta che ho visto Salvatore aveva un buffo cappello in testa e si aggirava trasognato tra bucce di mandarini stufe elettriche pizze e parole incespicava nelle sue stesse parole

poi e’ salito sul palco

poi ha abbracciato l’ organetto

e poi il silenzio

sembrava che le note uscissero direttamente dall’ anima ed ho pensato che se il silenzio avesse un suono sarebbe il suono di salvatore e poi l’ ho scelto per amico ho scelto il suo incedere buffo nella vita la sua tristezza solitaria il suo sorriso bello quando si sente accolto la sua ironia che e’ sicuramente annoverabile tra le armi di distruzione di massa la sua generosita’ che e’ come il mare a lui mi sono aggrappata una notte senza rifugio piangendo sulla sua spalla riscaldata da un abbraccio fatto di note. E oggi sto partendo per onorare lui ed onorare Mondo e mi sento piena piena ed onorata della loro amicizia.

Per Mondo e Salvatore

Maura

"Il Mondo di Vercellino"

"Eccomi in Sardegna. Mi emoziona sempre l’idea di posare i piedi su un’ isola lontana da una terraferma il piu’ delle volte incerta l’ idea di essere alla deriva in mezzo al mare lontana da ogni possibile dove.

L’ aereo sta volando sulla Sardegna da qui sembra una enorme distesa di roccia e di verde costellata ogni tanto da un gruppo di casa sparse che io la Sardegna mica la immaginavo cosi’ per me la Sardegna erano barche a vela enormi parcheggiate abusivamente su un mare di cristallo erano discoteche del cazzo con dentro gente del cazzo che sparava cazzate insomma per me la Sardegna erano veline e calciatori che trombano ed invece no almeno da quassu’. Atterro all’
aereoporto di Alghero che sembra il salone di casa mia come dire un aereoporto domestico dove pero’ un bicchiere d’ acqua lo paghi 50 centesimi a casa mia per lo meno i bicchieri d’ acqua sono gratis. Mi accomodo su una sedia dovro’
aspettare ma sono abituata ad aspettare io e’ una vita che aspetto il problema e’ che non arriva nessuno mai un po’ modello deserto dei tartari.

Un po’ leggo un po’ aspetto un po’ scrivo un po’ rileggo un po’ riaspetto un po’ riscrivo poi arriva l’ eminente antropologo etnomusicologo un po’ psicologo e tutte quelle belle cosine che finiscono in ologo

Arriva Salvatore a prenderci occhio basso sguardo triste parole smozzicate

lo guardo

mi guarda

e mi tuffo con un doppio carpiato tra le sue braccia benvenuta in Sardegna ben trovato e partiamo alla volta di Bono che le abitanti di Bono non si chiamano Bone.

Intorno la Sardegna ma e’ notte e on si vida nu cazzo quindi per me oggi la Sardegna sono questa strada illuminata dai fari e queste stelle. Arriviamo a Bono che sembra un po’ la Calabria anche qui case approssimative mezze costruite e mezze no ma intonacate con colori improbabili rosa arancio giallo che gia’ mi piace questo affresco catalano. Siamo a casa di Mondo e salgo le scale emozionata che io Mondo lo volevo conoscere da prima ma poi non c’e’
stato piu’ tempo e’ che spesso finisci con il credere che hai tempo per fare tutte le cose e poi il tempo finisce e tu rimani cosi’ come una parola detta a meta’ come un suono incompleto come le pagine di un libro che tu dovevi ancora finire di leggere.

La mamma di Salvatore ci accoglie con un bel sorriso ha occhi scuri ed intensi e dietro quegli occhi si indovina la vita che ha fatto sorride ma ti osserva ti legge come si legge un libro. La casa di Mondo si apre le sue foto sulle pareti le sue mani annodate sull’ organetto l’ espressione antica di chi quando suona sta da un’ altra parte in mezzo ai fiori ai colori alle nuvole di un cielo affacciato su altri tempi.

La famiglia di Salvatore ci abbraccia e noi ci lasciamo abbracciare il pane che sembra un ricamo appena sfornato sulla tavola e carne e verdure e formaggio e profumi che sanno di parole e di accoglienza e di giorni in cui la vita era piu’ difficile ma l’ ospitalita’ piu’ sincera di giorni in cui un bicchiere d’
acqua non costava ma veniva offerto e condiviso con un sorriso. Si chiacchiera si mangia si beve e si racconta della vita di prima e di Mondo che suonava e suonava e suonava ed aveva una parola ed un sorriso per tutti di Mondo che non diceva mai no e di attese fino a mattina di un amore grande “ che io servivo sempre prima Mondo di mettermi a tavola perche’ lui mangiava cosi’ poco ed io mi preoccupavo” di tempi in cui l’ amore era cura era attenzione era famiglia.

Poi arriva Guido il fratello di Salvatore che se Salvatore e’ morbido Guido e’
secco che se Salvatore e’ triste Guido e’ incazzato che se Salvatore ha gli occhiali Guido non ce li ha Guido che sbraita e si incazza e si scazza ma che ha un cuore grande come quello di Salvatore che ci si sta dentro anche in quattro.

Il vino avvolgente e l’ accento sardo che si distende sulle nostre parole la morbidezza della s che scivola piano sulle increspature di una lingua antica e poi racconti e suoni e Mondo che sta a tavola con noi e mangia un pezzetto di formaggio e se la ride che la zampogna a Mondo gli piace assai.

Mentre le donne lavano i piatti gli uomini chiacchierano che qui il tempo si e’ fermato non un attimo prima ne’ un attimo dopo ma nel momento giusto in quell’ esatto momento in cui la parola era valore e lo sguardo era unico e l’
amore non era un frammento di niente ma era la casa su cui poggiava la vita.

Ed e’ bella questa famiglia e’ bello vedere Bardo che stringe la mano di sua moglie e la guarda innamorato e sono spostai da trent’ anni e mi vengono i brividi che io una vita cosi’ volevo e magari mi trasferisco in Sardegna con i miei bimbi sorrido e lavo i piatti circondata dalle sapienti osservazioni della mamma di Salvatore a cui nulla sembra sfuggire.

La mattina decidiamo di passeggiare per i vicoli di Bono per le sue sorridenti discese che poi diventano salite richiamata da giovani giocatori di morra che qui anche la morra ha un’ altro suono un cadenzare ossessivo da tecno postmoderna e poi entro nel bar di Bono immediato lo sguardo unidirezionale degli avventori del bar ovviamente di donne neanche l’ ombra e sorrido in questo bar che fa molto paese della Calabria. Cammino per i vicoli di un paese che sembra abbandonato giro l’ angolo e Mondo mi sorride da un murales lo sfondo azzurro e il suo bel sorriso ci salutiamo certi che ci ricontreremo presto.

E la mattina declina verso il pomeriggio. Il teatro ospita tutto il piccolo paese. Persone di tutte le eta’ giovani e anziani sono venuti ad omaggiare il loro suonatore. Salvatore visibilmente emozionato sale sul palco Salvatore che ha voluto questo omaggio Salvatore che fino a cinque minuti prima e’ stato impegnato a travasare 200 litri di vino per la festa Salvatore che e’ stanco ed emozionato e che ha costruito questo piccolo sogno in memoria del padre.

Sullo schermo l’ immagine di Mondo e del suo organetto e Mondo suona e la sala tace ogni tanto una lacrima un sospiro ed i piedi che battono il tempo Salvatore parla e racconta. Racconta del padre e della sua musica e di una tradizione fatta di canti e di passi sull’ organetto. Poi Salvatore suona insieme a Guido e dietro di loro Mondo sorride e penso che questa e’ una chiusura perfetto di un Mondo perfetto. Mi stringo nel cappotto e vado via con una musica nel cuore"

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[24]   
Da: barbara 
  Re: PICCOLE STORIE DAL FONDO
[08-03-2012]  
Ciao Maura, bentrovata anche da queste parti... non sapevo scrivessi così... un abbraccio forte!

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