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Stai rispondendo al messaggio di: Gianfranco Preiti
[08-03-2007, a  16:10]
Re: evoluzione/tradizione nella costruzione della battente
sulla disponibilità
Alla fine degli anni ‘70, Espedito lavorava in una specie di stalla, quando arrivai nella sua bottega era intento nel suo lavoro e aveva la maglietta (tipo maglietta della salute) piena di trucioli (molto tirata sulla panza) . Era seduto su una sedia, non ho visto i classici tavoli da falegname o cose del genere (forse c’erano anche), la cosa particolare è che accantonati da una parte c’erano tutti gusci di battente, sembrava quasi una montagnola (se non ricordo male Antonello ha qualche fotografia). Se qualcuno venendo dalla città pensa che nella metropoli ha visto tutto quella bottega era un buon posto dove ricredersi. Qualcuna era finita, ne presi una e provai a suonarla, Espedito mi disse “esti bona, esti bona” . Non discussi. la pagai circa cinquantamila lire o giù di lì. 4 corde singole (ho inviato le foto recentemente ad Alfonso) che, non faccio per vantarmi, non ho mai cambiato, non capisco perché, ma non si rompono. Di Costantino ne ho avute 3, oggi mi rimane solo il chitarrino. Di Vincenzo ne ho una.
Secondo me la cosa che colpisce di più è la sovrapponibilità dello schema costruttivo.
Provo a spiegarmi, per esempio: i piroli sono fatti tutti con la stessa concezione: taglio longitudinale per far passare la corda, Espedito e Costantino, buco invece per Vincenzo, (anche se ne ho viste altre fatte da lui con il taglio); manico e paletta sono realizzati da un unico pezzo; la concezione della rosetta è identica ecc.
In questo senso voglio dire lo strumento di Espedito è a parer mio molto sofisticato , le decorazioni fatte con il pennarello hanno un chiaro intento settecentesco (sono negli stessi punti ed hanno lo stesso significato delle chitarre da museo). Gli elementi e gli intenti sono identici ma non i materiali usati e chiaramente le rifiniture.
La differenza sta molto sulle rifiniture e sui materiali (dell’uso ne parliamo dopo). E qui entra in gioco il discorso della disponibilità dei materiali.
La rosetta è emblematica, a fronte di uno schema costruttivo come dicevo sovrapponibile, Espedito ha usato, per la chitarra in mio possesso, un cartoncino ricavato da un pacco di zucchero eridania (fra l’altro ha provato a ‘decorticare’ la scritta ma poi ha abbandonato l’idea). Nell’ottica della disponibilità che giustamente cita Alfonso, ha preso la prima cosa che poteva andare bene, che fosse a portata di mano (è arrivato in cucina) e pensate un po’ anche riciclando.
Certo c’è poi da fare una differenza fra chi per ‘mestiere’ faceva il liutaio producendo sia oggetti musicali per il signorotto, paesano o cittadino che fosse (se uno non usa lo strumento, fra l’altro, gli si conserva pure – molti strumenti nei musei si sono conservati perché da esposizione) sia oggetti musicali per il ‘volgo’ e fra chi si muoveva unicamente in un contesto contadino.
Ora la domanda e la riflessione che vi propongo sollecitato da Alfonso è questa: cosa è disponibile oggi? penso che per certi versi Rivolta e Goth lo siano diventati. Agli inizi degli anni ’50 o ’60 no, ma oggi forse si.
Ma vorrei spostare il ragionamento sugli aspetti musicali.
Il ‘suonatore popolare’ ( magari all’inizio del secolo) aveva nella sua disponibilità: uno strumento che si poteva permettere, una cultura di sostegno, una visione della vita e della natura caratteristica di quella cultura, una tecnica in parte tramandata ma forse anche arricchita da invenzioni personali a disposizione.
Un’altra caratteristica penso che sia che il nostro suonatore, per esempio delle Serre, non conosceva per nulla Carpino, ma proprio per nulla, così come non conosceva qualcosa a lui più vicino ancora, ne la loro tecnica. Quasi pensava che la battente ci poteva essere solo al suo paese. Un ‘micro-mondo’ legato a Carpino, o a quello che vogliamo, però da un filo invisibile e antico.
Per noi figli di emigrati il problema è ancora sulla dimensione della disponibilità.
Dico quello che è per me e che forse potrà anche essere condiviso in parte da altri. Provo a fare musica con i ‘materiali’ che ho a disposizione: la musica che ho sentito, gli strumenti che ho, la mia visione della vita e del mondo, i miei affetti, la tecnica che ho appreso guardando e quella che mi sono costruito da solo. Roba da emigranti.
Concludo: ancora oggi non riesco a fare distinzione quando mia madre e mio padre parlano in italiano o in calabrese, anche questa deve essere una cosa da emigranti, ...sembrano la stessa lingua.
Spero di non avervi annoiato e spero di avere ‘passato’ una piccola idea di Espedito per chi non lo ha mai visto.
gianfranco

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